mercoledì 10 marzo 2010    Registrazione  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 
     
 
   Trasporti, urbanizzazione e rifiuti. Una ricerca effettuata dai Giovani Democratci Riduci
 
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   Schiavi Moderni Riduci
Schiavi Moderni, Da Riccardo Solomita, Spedito 05/05/2007 15.24
Schiavi Moderni 2, Da Riccardo Solomita, Spedito 05/05/2007 15.28
 
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   Contributi nati da un'esperienza svolta all'interno del circolo veneziano di Libertà e Giustizia Riduci
 
 
 
     
     
 
   La politica come servizio. Articolo di Diego Mantoan Riduci
Dal momento che la politica non va intesa come una professione, non possano esserci persone che, in maniera autoreferenziale, si definiscano classe politica arrogandosi il diritto esclusivo di accedere alle cariche politiche.
È diritto di chiunque aspirare a dare il proprio contributo alla società, basandolo sul proprio bagaglio di capacità, competenze ed esperienze, partecipando alla competizione politica. Le regole di accesso all’attività politica devono prevedere un ricambio costante dei politici che permetta di fornire contributi sempre nuovi al governo della società e, soprattutto, impedisca che si formi un’oligarchia in seno ai politici. Il costante ricambio dei politici introduce un elevato livello di competizione tra coloro che aspirano a diventare politici, favorendo la selezione di politici capaci, poiché la scelta avviene su una base più ampia. Qualora tra i politici non si manifesti un livello adeguato di ricambio spontaneo, allora si devono prevedere dei limiti temporali all’esercizio dell’attività politica all’interno di uno stesso organo, come accade negli organi societari di qualsiasi azienda, sia essa pubblica o privata. La politica così intesa amplia necessariamente le possibilità di partecipazione da parte dei cittadini e li responsabilizza maggiormente nei confronti della rilevanza e della delicatezza dei compiti di governo.
 
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   Lo sviluppo sostenibile. Articolo di Carlo Busolin Riduci
Amministrare e governare secondo il principio guida della sostenibilità delle scelte vuol dire spalancare l’orizzonte temporale per dare la possibilità alle generazioni future di vivere in un contesto sano e stimolante. Il termine sostenibile, che nell’uso corrente viene riferito all’ambito energetico e ambientale, dovrà comprendere tutta la sfera della progettazione, da quella ambientale a quella economica e culturale. E quale disciplina più della politica ha la responsabilità di progettare e trovare le soluzioni per gestire il presente e il futuro?
Chi ha il dono di vedere più in là del proprio naso, deve preoccuparsi di guidare e persuadere gli altri che i cambiamenti sociali, culturali e ambientali stanno mutando con velocità sempre maggiore rispetto a pochissimo tempo fa. Ormai quando ci si accorge degli errori commessi, è già troppo tardi per rimediare.
Il compito di una classe dirigente innovativa pertanto dovrà essere quello di proporsi come avanguardia che, in taluni casi, si prenda anche l’onere di fare scelte impopolari per governare il cambiamento.
 
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   La questione ambientale. Articolo di Stefano Pellizzon Riduci

Indubbiamente negli ultimi anni la questione ambientale è uscita dal ristretto circolo degli ambientalisti per incontrare il favore dell’opinione pubblica. Sicuramente molto è stato fatto in tale ambito ma la salvaguardia del territorio esige più incisive politiche. A nostro parere il PD dovrebbe mettere tra le priorità della propria agenda politica la necessità per il nostro paese di ricorrere a fonti energetiche rinnovabili e sostenibile per ridurre la dipendenza dal petrolio con tutto ciò che ne comporta, sia in termini ambientali che geopolitici. Vorremmo sposare un duplice obiettivo però, quello ambientale e quello economico, vediamo perciò con favore la possibilità di ricavare energia dalle biomasse. Lo sfruttamento delle biomasse significherebbe approvvigionamenti da una fonte energetica che ha il vantaggio di essere rinnovabile e reperibile in quantità su tutto il territorio nazionale ad un costo alquanto contenuto. Grande beneficio ne ricaverebbero anche gli agricoltori che, se opportunamente consorziati o incentivati a raccogliere in maniera unificata le proprie biomasse, potrebbero integrare il loro reddito. Allo stato delle cose i redditi degli agricoltori sono alquanto bassi e i finanziamenti della Politica agricola comune europea hanno subito una sensibile riduzione, tendenza che andrà consolidandosi nei prossimi anni.
Va ricordato che i finanziamenti per le energie alternative sarebbero già disponibili poiché ogni utente italiano paga nella bolletta energetica una speciale tariffa ,detta cod. A3,che è stata istituita nel 1991 proprio con lo scopo di reperire fondi per le energie alternative, questa tariffa pesa per quasi il 5% sul totale della bolletta.
Ci sembra opportuno inoltre ridurre la dispersione di calore derivante dagli edifici. In particolare bisognerà imporre agli edifici di nuova costruzione degli standard di isolamento termico sempre più stringenti.
L’energia solare dovrà venire sfruttata in primis in maniera più intensiva a partire dalla copertura tramite pannelli fotovoltaici degli edifici piuttosto che l’installazione di nuove centrali.
Più in generale crediamo che una difesa intelligente del territorio nonché un miglior uso delle risorse naturali e di fonti energetiche slegate dalla dipendenza petrolifera debbano essere i punti cardinali dell’azione ambientale-economica del PD. Il tema ambientale infatti non potrà essere trattato separatamente e marginalmente ma dovrà,invece, essere integrato a tutte le politiche di governo a partire da quelle economiche.

 
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   Costi delle licenze informatiche. Articolo di Stefano Pellizzon Riduci

Qualunque sia l'approccio rispetto al software proprietario è inconfutabile negare che il costo delle licenze informatiche incide pesantemente sulle tasche degli utenti privati e istituzionali.
La comunità “primitiva” di informatici usava scambiare in maniera libera i codici sorgenti (i codici che spiegano come è “costruito” un prodotto) per poter creare una rete di sviluppatori, o di soli curiosi, in grado non solo di usare il software ma di poterlo migliorare e redistribuire creando un positivo circolo vizioso. Quando le imprese informatiche hanno arrestato questo flusso virtuoso per proteggere i loro segreti industriali, alcuni programmatori non ritenendo eticamente giusta questa scelta decisero di fondare la “free software foundation” da cui vennero poi sviluppati i sistemi GNU e in seguito Linux, attualmente il sistema operativo open source più diffuso al mondo.

Ora se valutiamo il doppio binario, economico – filosofico, l'adozione nella pubblica amministrazione di programmi open source porterebbe ad un notevole risparmio per le casse statali e contemporaneamente educherebbe alla legalità informatica sia i dipendenti pubblici che i fruitori dei servizi ad essa collegati (pensiamo agli scolari che potrebbero tranquillamente copiare e portare a casa i programmi necessario allo studio senza contravvenire alla legge o senza pesare eccessivamente sui genitori).
I soldi così risparmiati dalla pubblica amministrazione potrebbero essere reinvestiti in ricerca e sviluppo, cercando di centrare gli obiettivi dell'agenda di Lisbona.
Il termine ideale di tale parabola sarebbe l'uso di sistemi operativi gratuiti (es. Linux) per ulteriormente abbassare i costi delle suddette licenze; consci della difficoltà di tale obiettivo vedere sensibili progressi per quanto riguarda la sostituzione di software sarebbe comunque un importante passo avanti. Non bisogna dimenticare, inoltre, che promuovendo i tipi di programmi sopracitati si va a supportare una rete di sviluppatori che va incoraggiata per far sì che vi sia una maggiore e reale concorrenza al semi-monopolio informatico attualmente esistente.

 
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   La difesa della laicità in Italia. Articolo di Alessandro Coccolo Riduci
Come confermato in molte occasioni dalla Corte costituzionale, il principio della laicità è uno dei pochi principi supremi su cui si fonda la Repubblica Italiana. Evidentemente questo principio è così importante che tutti hanno il dovere di osservarlo: chi fa le leggi, chi le osserva, chi le fa osservare. “Libertà e Giustizia” ha da sempre posto l’accento sulla laicità della società e delle istituzioni, ed allo stesso tempo pone tra i suoi punti fermi la riforma legislativa, intesa soprattutto come semplificazione e razionalizzazione delle leggi. Dopo aver vinto il referendum del 2006 in difesa del “contenitore” in cui il principio di laicità è riconosciuto come supremo – la Costituzione – il 2007 si annuncia pieno di occasioni di confronto in difesa della laicità come principio concreto.
Uno Stato – a detta dei costituzionalisti – si dice laico quando trova la sua ragione di vita solo in se stesso, attraverso le regole democratiche e con l’obiettivo del benessere della cittadinanza. Uno Stato, quindi, è tanto più laico quanta meno importanza hanno le pressioni religiose nel determinare i caratteri, ad esempio, delle leggi. Inevitabilmente, in Italia la questione della laicità viene collegata ai rapporti della società e delle istituzioni con la Chiesa cattolica, essendo il cattolicesimo la religione egemone nel panorama italiano, ma non deve fermarsi solo a questo. Sul “come dovrebbero essere” i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica le risposte non sono state molte nel corso degli anni. Su due fronti, altrettanto estremisti, abbiamo da un lato la stretta collaborazione tra politici e Vaticano nel nome delle radici cattoliche, dall’altro una riproposizione abbastanza stereotipata dell’anticlericalismo. Nel mezzo c’è la sola risposta lungimirante ed aperta a risolvere le problematiche che derivano dalla trasformazione dell’Italia in Repubblica multiculturale e multi-confessionale. Questa risposta consiste nella separazione, in linea con i dettami della Costituzione, tra lo Stato e le confessioni religiose. Tuttavia, anche in questa posizione mediana è possibile riscontrare almeno due diverse concezioni. La prima considera la laicità come pura neutralità dello Stato di fronte alle pressioni confessionali, la seconda considera la laicità in senso pragmatico, ed ammette quindi che lo Stato accolga in base alle circostanze le istanze religiose, ad esempio quando si tratta di scrivere le leggi o di interpretarle.
Detto questo, occorre rendersi conto che il tema della laicità, in Italia, non è né di destra né di sinistra. E’ quindi un errore ritenere che i laici italiani stiano tutti a sinistra. Infatti, i temi concreti, quelli che in sostanza spaccano il Paese in due (fecondazione assistita, bioetica, eutanasia, le unioni di fatto…) hanno il consueto effetto di chiamare in causa il cittadino in quanto tale, e non in quanto militante di partito. Questo spiega la ragione per cui, sui quattro referendum sulla fecondazione assistita, il “Comitato per il SI” abbia potuto contare sull’appoggio di Gianfranco Fini (centrodestra), mentre Francesco Rutelli (centrosinistra) esponeva la sua esplicita ostilità. In vista della nascita del PD dovrà essere fondamentale che gli stessi laici tradizionalmente sostenitori del centrosinistra si rendano conto che il tema della laicità non è monopolio di nessun partito e di nessuna coalizione, ma in sostanza un fatto privato, individuale. Per questa ragione, il senso della laicità non deve essere mai smarrito né messo in secondo piano nel programma. Qualora accadesse, se ne avvantaggerebbero sicuramente i nostri avversari. Basti pensare che ogni qualvolta che il centrosinistra si divide sui temi laici, dal centrodestra si levano molte, autorevoli voci pronte a sottolineare contraddizioni e lacune della nostra coalizione.
Deve essere allora necessario capirsi sulla scala degli interessi e dei valori che devono essere tutelati all’interno della società italiana. Trasportando la questione sulle tematiche etiche, credo che un Governo di centrosinistra (per sua natura non conservatore) si dimostra realmente tale quando ha fiducia nelle capacità di giudizio del singolo cittadino e perciò non ha paura di allargare la sfera dei suoi diritti. Io credo che “Libertà e Giustizia” – anello di congiunzione tra la politica e la società civile, secondo le parole di Sandra Bonsanti – proprio per colmare la lacuna dei nostri dirigenti politici debba continuare ad essere anche con più forza sostenitrice della libera concorrenza tra idee ragionevoli e nello sviluppo del dialogo pubblico sulle tematiche etiche. L’emozione per la recente morte di Piergiorgio Welby segue, idealmente, tutta una serie di avvenimenti drammatici che spingono ad una riflessione sullo stato delle libertà individuali nel Paese. Ieri si parlava di fecondazione assistita, oggi di unioni di fatto, domani si parlerà di eutanasia, ma senza che a questa attenzione da rotocalco segua l’approfondimento davvero politico. Occorre chiedersi se non sia forse il caso di restituire alle argomentazioni laiche maggiore importanza politica, senza però nulla togliere (a patto che non si scenda nel surreale) a quelle di respiro religioso. Infatti, una risposta laica che sia anche costruttiva non può focalizzarsi solamente sulle tensioni e gli antagonismi con la Chiesa cattolica. Il discorso – come ho già detto poche righe fa – è più ampio e riguarda il rinnovamento nel dialogo tra il potere civile e quello spirituale. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità della vita nel Paese e renderlo più forte di fronte alle nuove, gravi minacce internazionali. Negli ultimi anni il mondo laico italiano ha riscoperto – fatto molto positivo – l’importanza che la religiosità ha avuto nella formazione dell’Occidente e che ha nell’offrire occasioni di riflessioni profonde. Ha fatto quindi, laicamente, il primo passo verso l’elaborazione di una democrazia forte e pluralista in Italia. Tuttavia, a questo mutamento di pensiero non è seguito alcun progresso dalla larghissima maggioranza del mondo confessionale. Un esempio per tutti, la propaganda astensionista messa in moto dalle gerarchie vaticane durante la campagna referendaria che aveva come oggetto la legge 40, dedicata alla fecondazione assistita. In quel frangente, il maggior centro di potere spirituale italiano decise di eludere del tutto il leale e pubblico confronto.
La globalizzazione ha offerto ai fenomeni religiosi, spesso radicati in secoli di storia sociale ed intellettuale, una inaspettata ed enorme opportunità di forza ed aggregazione. Al tempo stesso, però, globalizzazione è anche la globalizzazione dei Diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo. Senza la laicità, lo scambio di opinioni e la concorrenza tra le idee si tramuterebbe in canto di battaglia ed i progressi con fatica raggiunti nel corso degli ultimi tre secoli svanirebbero nel nulla. Il mondo confessionale, dicevamo. Consci del fatto che nel corso del 2006 i più preoccupanti affondi contro la laicità della nostra società sono giunti da parte cattolica ed islamica, il punto non è affatto giudicare una fede più o meno meritevole di simpatia. Viceversa, è una questione di metodo. Il metodo è il dialogo continuo, tollerante, reciproco tra cittadini maturi. Gran parte di noi sostenitori di Libertà e Giustizia crede che vi siano temi sui quali la scelta degli individui (mai facile) debba trovare garanzie e non soluzioni dogmatiche: siamo quindi sostenitori di una laicità per la società, non contro qualcuno. Giungo ora alla proposta di azione concreta. C’è un’azione individuale, quotidiana, sulla quale non c’è molto da dire perché è dipende dalla coscienza individuale. C’è poi l’azione come associazione. E allora mi vengono delle proposte concrete. Innanzitutto, sul piano delle tematiche eticamente sensibili, testimoniare attraverso incontri pubblici l’importanza che la laicità e la libera scelta individuale ha per una maggiore qualità della vita. Chissà, credo che coinvolgere anche realtà simili (cioè, laiche) ma “altre” rispetto a Libertà e Giustizia possa essere solo d’aiuto. Inoltre (ma lo approfondirò bene in un'altra semplice analisi), rilancio l’utilità di un questionario da sottoporre ai dirigenti politici regionali che includa domande sulla formazione personale religiosa e culturale e la posizione personale sui temi etici oggi all’ordine del giorno.
 
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