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Trasporti, urbanizzazione e rifiuti. Una ricerca effettuata dai Giovani Democratci
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Schiavi Moderni
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Contributi nati da un'esperienza svolta all'interno del circolo veneziano di Libertà e Giustizia
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La politica come servizio. Articolo di Diego Mantoan
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Dal
momento che la politica non va intesa come una professione, non possano
esserci persone che, in maniera autoreferenziale, si definiscano classe
politica arrogandosi il diritto esclusivo di accedere alle cariche
politiche. È diritto di chiunque aspirare a dare il proprio
contributo alla società, basandolo sul proprio bagaglio di capacità,
competenze ed esperienze, partecipando alla competizione politica. Le
regole di accesso all’attività politica devono prevedere un ricambio
costante dei politici che permetta di fornire contributi sempre nuovi
al governo della società e, soprattutto, impedisca che si formi
un’oligarchia in seno ai politici. Il costante ricambio dei politici
introduce un elevato livello di competizione tra coloro che aspirano a
diventare politici, favorendo la selezione di politici capaci, poiché
la scelta avviene su una base più ampia. Qualora tra i politici non si
manifesti un livello adeguato di ricambio spontaneo, allora si devono
prevedere dei limiti temporali all’esercizio dell’attività politica
all’interno di uno stesso organo, come accade negli organi societari di
qualsiasi azienda, sia essa pubblica o privata. La politica così intesa
amplia necessariamente le possibilità di partecipazione da parte dei
cittadini e li responsabilizza maggiormente nei confronti della
rilevanza e della delicatezza dei compiti di governo.
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Lo sviluppo sostenibile. Articolo di Carlo Busolin
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Amministrare e
governare secondo il principio guida della sostenibilità delle scelte
vuol dire spalancare l’orizzonte temporale per dare la possibilità alle
generazioni future di vivere in un contesto sano e stimolante. Il
termine sostenibile, che nell’uso corrente viene riferito all’ambito
energetico e ambientale, dovrà comprendere tutta la sfera della
progettazione, da quella ambientale a quella economica e culturale. E
quale disciplina più della politica ha la responsabilità di progettare
e trovare le soluzioni per gestire il presente e il futuro? Chi ha
il dono di vedere più in là del proprio naso, deve preoccuparsi di
guidare e persuadere gli altri che i cambiamenti sociali, culturali e
ambientali stanno mutando con velocità sempre maggiore rispetto a
pochissimo tempo fa. Ormai quando ci si accorge degli errori commessi,
è già troppo tardi per rimediare. Il compito di una classe
dirigente innovativa pertanto dovrà essere quello di proporsi come
avanguardia che, in taluni casi, si prenda anche l’onere di fare scelte
impopolari per governare il cambiamento.
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La questione ambientale. Articolo di Stefano Pellizzon
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Indubbiamente negli ultimi anni
la questione ambientale è uscita dal ristretto circolo degli ambientalisti per
incontrare il favore dell’opinione pubblica. Sicuramente molto è stato fatto in
tale ambito ma la salvaguardia del territorio esige più incisive politiche. A
nostro parere il PD dovrebbe mettere tra le priorità della propria agenda
politica la necessità per il nostro paese di ricorrere a fonti energetiche
rinnovabili e sostenibile per ridurre la dipendenza dal petrolio con tutto ciò
che ne comporta, sia in termini ambientali che geopolitici. Vorremmo sposare un
duplice obiettivo però, quello ambientale e quello economico, vediamo perciò
con favore la possibilità di ricavare energia dalle biomasse. Lo sfruttamento
delle biomasse significherebbe approvvigionamenti da una fonte energetica che
ha il vantaggio di essere rinnovabile e reperibile in quantità su tutto il
territorio nazionale ad un costo alquanto contenuto. Grande beneficio ne
ricaverebbero anche gli agricoltori che, se opportunamente consorziati o
incentivati a raccogliere in maniera unificata le proprie biomasse, potrebbero
integrare il loro reddito. Allo stato delle cose i redditi degli agricoltori
sono alquanto bassi e i finanziamenti della Politica agricola comune europea
hanno subito una sensibile riduzione, tendenza che andrà consolidandosi nei prossimi anni. Va ricordato che i finanziamenti
per le energie alternative sarebbero già disponibili poiché ogni utente
italiano paga nella bolletta energetica una speciale tariffa ,detta cod. A3,che
è stata istituita nel 1991 proprio con lo scopo di reperire fondi per le
energie alternative, questa tariffa pesa per quasi il 5% sul totale della
bolletta. Ci sembra opportuno inoltre
ridurre la dispersione di calore derivante dagli edifici. In particolare
bisognerà imporre agli edifici di nuova costruzione degli standard di
isolamento termico sempre più stringenti. L’energia solare dovrà venire
sfruttata in primis in maniera più intensiva a partire dalla copertura tramite
pannelli fotovoltaici degli edifici piuttosto che l’installazione di nuove
centrali. Più in generale crediamo che una
difesa intelligente del territorio nonché un miglior uso delle risorse naturali
e di fonti energetiche slegate dalla dipendenza petrolifera debbano essere i
punti cardinali dell’azione ambientale-economica del PD. Il tema ambientale
infatti non potrà essere trattato separatamente e marginalmente ma dovrà,invece, essere integrato a tutte le politiche di
governo a partire da quelle economiche.
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Costi delle licenze informatiche. Articolo di Stefano Pellizzon
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Qualunque sia l'approccio rispetto al
software proprietario è inconfutabile negare che il costo
delle licenze informatiche incide pesantemente sulle tasche degli
utenti privati e istituzionali. La comunità “primitiva” di
informatici usava scambiare in maniera libera i codici sorgenti (i
codici che spiegano come è “costruito” un prodotto) per
poter creare una rete di sviluppatori, o di soli curiosi, in grado
non solo di usare il software ma di poterlo migliorare e
redistribuire creando un positivo circolo vizioso. Quando le imprese
informatiche hanno arrestato questo flusso virtuoso per proteggere i
loro segreti industriali, alcuni programmatori non ritenendo
eticamente giusta questa scelta decisero di fondare la “free
software foundation” da cui vennero poi sviluppati i sistemi GNU e
in seguito Linux, attualmente il sistema operativo open source più
diffuso al mondo.
Ora se valutiamo il doppio binario,
economico – filosofico, l'adozione nella pubblica amministrazione
di programmi open source porterebbe ad un notevole risparmio per le
casse statali e contemporaneamente educherebbe alla legalità
informatica sia i dipendenti pubblici che i fruitori dei servizi ad
essa collegati (pensiamo agli scolari che potrebbero tranquillamente
copiare e portare a casa i programmi necessario allo studio senza
contravvenire alla legge o senza pesare eccessivamente sui genitori). I soldi così risparmiati
dalla pubblica amministrazione potrebbero essere reinvestiti in ricerca e sviluppo, cercando di centrare
gli obiettivi dell'agenda di Lisbona. Il termine ideale di tale
parabola sarebbe l'uso di sistemi operativi gratuiti (es. Linux) per ulteriormente
abbassare i costi delle suddette licenze; consci della difficoltà di tale
obiettivo vedere sensibili progressi per quanto riguarda la sostituzione di
software sarebbe comunque un importante passo avanti. Non bisogna dimenticare,
inoltre, che promuovendo i tipi di programmi sopracitati si va a supportare una
rete di sviluppatori che va incoraggiata per far sì che vi sia una
maggiore e reale concorrenza al semi-monopolio informatico attualmente
esistente.
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La difesa della laicità in Italia. Articolo di Alessandro Coccolo
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confermato in molte occasioni dalla Corte costituzionale, il principio
della laicità è uno dei pochi principi supremi su cui si fonda la
Repubblica Italiana. Evidentemente questo principio è così importante
che tutti hanno il dovere di osservarlo: chi fa le leggi, chi le
osserva, chi le fa osservare. “Libertà e Giustizia” ha da sempre posto
l’accento sulla laicità della società e delle istituzioni, ed allo
stesso tempo pone tra i suoi punti fermi la riforma legislativa, intesa
soprattutto come semplificazione e razionalizzazione delle leggi. Dopo
aver vinto il referendum del 2006 in difesa del “contenitore” in cui il
principio di laicità è riconosciuto come supremo – la Costituzione – il
2007 si annuncia pieno di occasioni di confronto in difesa della
laicità come principio concreto. Uno Stato – a detta dei
costituzionalisti – si dice laico quando trova la sua ragione di vita
solo in se stesso, attraverso le regole democratiche e con l’obiettivo
del benessere della cittadinanza. Uno Stato, quindi, è tanto più laico
quanta meno importanza hanno le pressioni religiose nel determinare i
caratteri, ad esempio, delle leggi. Inevitabilmente, in Italia la
questione della laicità viene collegata ai rapporti della società e
delle istituzioni con la Chiesa cattolica, essendo il cattolicesimo la
religione egemone nel panorama italiano, ma non deve fermarsi solo a
questo. Sul “come dovrebbero essere” i rapporti tra Stato e Chiesa
cattolica le risposte non sono state molte nel corso degli anni. Su due
fronti, altrettanto estremisti, abbiamo da un lato la stretta
collaborazione tra politici e Vaticano nel nome delle radici
cattoliche, dall’altro una riproposizione abbastanza stereotipata
dell’anticlericalismo. Nel mezzo c’è la sola risposta lungimirante ed
aperta a risolvere le problematiche che derivano dalla trasformazione
dell’Italia in Repubblica multiculturale e multi-confessionale. Questa
risposta consiste nella separazione, in linea con i dettami della
Costituzione, tra lo Stato e le confessioni religiose. Tuttavia, anche
in questa posizione mediana è possibile riscontrare almeno due diverse
concezioni. La prima considera la laicità come pura neutralità dello
Stato di fronte alle pressioni confessionali, la seconda considera la
laicità in senso pragmatico, ed ammette quindi che lo Stato accolga in
base alle circostanze le istanze religiose, ad esempio quando si tratta
di scrivere le leggi o di interpretarle. Detto questo, occorre
rendersi conto che il tema della laicità, in Italia, non è né di destra
né di sinistra. E’ quindi un errore ritenere che i laici italiani
stiano tutti a sinistra. Infatti, i temi concreti, quelli che in
sostanza spaccano il Paese in due (fecondazione assistita, bioetica,
eutanasia, le unioni di fatto…) hanno il consueto effetto di chiamare
in causa il cittadino in quanto tale, e non in quanto militante di
partito. Questo spiega la ragione per cui, sui quattro referendum sulla
fecondazione assistita, il “Comitato per il SI” abbia potuto contare
sull’appoggio di Gianfranco Fini (centrodestra), mentre Francesco
Rutelli (centrosinistra) esponeva la sua esplicita ostilità. In vista
della nascita del PD dovrà essere fondamentale che gli stessi laici
tradizionalmente sostenitori del centrosinistra si rendano conto che il
tema della laicità non è monopolio di nessun partito e di nessuna
coalizione, ma in sostanza un fatto privato, individuale. Per questa
ragione, il senso della laicità non deve essere mai smarrito né messo
in secondo piano nel programma. Qualora accadesse, se ne
avvantaggerebbero sicuramente i nostri avversari. Basti pensare che
ogni qualvolta che il centrosinistra si divide sui temi laici, dal
centrodestra si levano molte, autorevoli voci pronte a sottolineare
contraddizioni e lacune della nostra coalizione. Deve essere
allora necessario capirsi sulla scala degli interessi e dei valori che
devono essere tutelati all’interno della società italiana. Trasportando
la questione sulle tematiche etiche, credo che un Governo di
centrosinistra (per sua natura non conservatore) si dimostra realmente
tale quando ha fiducia nelle capacità di giudizio del singolo cittadino
e perciò non ha paura di allargare la sfera dei suoi diritti. Io credo
che “Libertà e Giustizia” – anello di congiunzione tra la politica e la
società civile, secondo le parole di Sandra Bonsanti – proprio per
colmare la lacuna dei nostri dirigenti politici debba continuare ad
essere anche con più forza sostenitrice della libera concorrenza tra
idee ragionevoli e nello sviluppo del dialogo pubblico sulle tematiche
etiche. L’emozione per la recente morte di Piergiorgio Welby segue,
idealmente, tutta una serie di avvenimenti drammatici che spingono ad
una riflessione sullo stato delle libertà individuali nel Paese. Ieri
si parlava di fecondazione assistita, oggi di unioni di fatto, domani
si parlerà di eutanasia, ma senza che a questa attenzione da rotocalco
segua l’approfondimento davvero politico. Occorre chiedersi se non sia
forse il caso di restituire alle argomentazioni laiche maggiore
importanza politica, senza però nulla togliere (a patto che non si
scenda nel surreale) a quelle di respiro religioso. Infatti, una
risposta laica che sia anche costruttiva non può focalizzarsi solamente
sulle tensioni e gli antagonismi con la Chiesa cattolica. Il discorso –
come ho già detto poche righe fa – è più ampio e riguarda il
rinnovamento nel dialogo tra il potere civile e quello spirituale.
L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità della vita nel Paese e
renderlo più forte di fronte alle nuove, gravi minacce internazionali.
Negli ultimi anni il mondo laico italiano ha riscoperto – fatto molto
positivo – l’importanza che la religiosità ha avuto nella formazione
dell’Occidente e che ha nell’offrire occasioni di riflessioni profonde.
Ha fatto quindi, laicamente, il primo passo verso l’elaborazione di una
democrazia forte e pluralista in Italia. Tuttavia, a questo mutamento
di pensiero non è seguito alcun progresso dalla larghissima maggioranza
del mondo confessionale. Un esempio per tutti, la propaganda
astensionista messa in moto dalle gerarchie vaticane durante la
campagna referendaria che aveva come oggetto la legge 40, dedicata alla
fecondazione assistita. In quel frangente, il maggior centro di potere
spirituale italiano decise di eludere del tutto il leale e pubblico
confronto. La globalizzazione ha offerto ai fenomeni religiosi,
spesso radicati in secoli di storia sociale ed intellettuale, una
inaspettata ed enorme opportunità di forza ed aggregazione. Al tempo
stesso, però, globalizzazione è anche la globalizzazione dei Diritti e
delle libertà fondamentali dell’individuo. Senza la laicità, lo scambio
di opinioni e la concorrenza tra le idee si tramuterebbe in canto di
battaglia ed i progressi con fatica raggiunti nel corso degli ultimi
tre secoli svanirebbero nel nulla. Il mondo confessionale, dicevamo.
Consci del fatto che nel corso del 2006 i più preoccupanti affondi
contro la laicità della nostra società sono giunti da parte cattolica
ed islamica, il punto non è affatto giudicare una fede più o meno
meritevole di simpatia. Viceversa, è una questione di metodo. Il metodo
è il dialogo continuo, tollerante, reciproco tra cittadini maturi. Gran
parte di noi sostenitori di Libertà e Giustizia crede che vi siano temi
sui quali la scelta degli individui (mai facile) debba trovare garanzie
e non soluzioni dogmatiche: siamo quindi sostenitori di una laicità per
la società, non contro qualcuno. Giungo ora alla proposta di azione
concreta. C’è un’azione individuale, quotidiana, sulla quale non c’è
molto da dire perché è dipende dalla coscienza individuale. C’è poi
l’azione come associazione. E allora mi vengono delle proposte
concrete. Innanzitutto, sul piano delle tematiche eticamente sensibili,
testimoniare attraverso incontri pubblici l’importanza che la laicità e
la libera scelta individuale ha per una maggiore qualità della vita.
Chissà, credo che coinvolgere anche realtà simili (cioè, laiche) ma
“altre” rispetto a Libertà e Giustizia possa essere solo d’aiuto.
Inoltre (ma lo approfondirò bene in un'altra semplice analisi),
rilancio l’utilità di un questionario da sottoporre ai dirigenti
politici regionali che includa domande sulla formazione personale
religiosa e culturale e la posizione personale sui temi etici oggi
all’ordine del giorno.
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