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   Primarie Giovani Democratici rinviate al 21 novembre Riduci
Le primarie dei Giovani Democratici vengono posticipate al 21 novembre per dar tempo ai candidati di condurre una campagna adeguata e al Partito per dare sufficiente pubblicità all'evento.
 
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   17 e 18 ottobre primarie dei GD: i candidati Riduci
Saranno in quattro a sifdarsi per la carica di Segretario Nazionale dei Giovani Democratici venerdì 17 e sabato 18 ottobre. I candidati sono: Fausto Raciti, Dario Marini, Giulia Innocenzi, Salvatore Bruno.
Alcune informazioni:
-Fausto Raciti è il segretario uscente della Sinistra Giovanile, 24 anni di Acireale, ma trasferito a Roma;
- Dario Marini è un candidato outsider di Palazzolo sull'Oglio (BS), ha 27 anni, laureato in Scienze Politiche a Padova e specializzando alla Cattolica di Milano,
- Giulia Innocenzi è una candidata outsider riminese dei Radicali, ha 24 anni e studia Scienze Politiche alla LUISS di Roma,
- Salvatore Bruno, purtroppo di lui non ho alcuna informazione ad ora.

Noi sosteniamo Dario Marini, candidato outsider che ha lottato contro il tempo e contando solo sulle forze degli amici e dei contatti su facebook per raccogliere le firme. Se anche voi supportate Dario e volete candidarvi nelle assemble regionali e nazionali, scrivete a segreteria@giovanidemocratici.it , fate in fretta, per la vostra raccolta delle firme c'è tempo fino a martedì!
Di seguito riporto la dichiarazione di intenti di Dario Marini:

DICHIARAZIONE DI INTENTI

 

Per Dario Marini Segretario Nazionale dei Giovani Democratici

Insieme, Possiamo Cambiare

 

1. Il nostro obiettivo è la credibilità. Vogliamo essere liberi e autonomi, vogliamo essere presenti nella società e protagonisti nelle idee.

 

2. Siamo qui per risolvere i problemi, affrontandoli senza preconcetti idelogici.

 

3. Riconosciamo di dover essere responsabili nei confronti della collettività. Qualche esempio: tutela dell’ambiente, istituzione del servizio civile obbligatorio, volontariato per biblioteche notturne, servizi agli anziani e ai diversamente abili.

 

4.Vogliamo una struttura federale incentrata sul principio di sussidiarietà. NO al centralismo democratico, SI alla territorialità e autonomia.

 

5.Dobbiamo guardare fuori dai recinti, perché noi siamo i giovani italiani che vivono nella società contemporanea.

6. Noi siamo il Pd del 2020, crediamo in un percorso formativo concreto, serio e critico.

 

7. Siamo per un’elaborazione di idee forti, alternative al centrodestra, coraggiose e in grado di sperimentare linguaggi e forme aggregative nuove.

 

8.Vogliamo studiare, viaggiare, progettare. Elaborare la globalizzazione e nuovi modelli di sicurezza sociale.

 

9.Vogliamo politiche sociali in grado di permettere a tutti i giovani, ragazzi e ragazze di poter uscire di casa a 18 anni e di progettare la propria vita in modo libero e indipendente.

 

 
10. Vogliamo un linguaggio nuovo, sperimentare un nuovo modo di essere giovani nel Partito Democratico.

 
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   Primarie dei Giovani Democratici Riduci
Cari amici,
finalmente il momento tanto agognato è giunto, il 17 e 18 ottobre si svolgeranno le primarie per la scelta del segretario nazionale, dei segretari regionali e provinciali dei Giovani Democratici.
Si è arrivati a questa occasione in maniera farraginosa, a tratti in maniera poco trasparente e democratica. Le proteste si sono fatte sentire, soprattutto in merito al regolamento.
Polemiche a parte, bisogna fare in modo di partecipare in maniera massiccia per vivificare democraticamente queste elezioni portando alla ribalta espressioni, volti e personalità che possano incarnare il vero spirito del giovane democratico.
Per regolamento e moduli potete visitare il sito del Partito Democratico.
A presto ulteriori notizie.
 
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   Un video sulla questione dei rifiuti Riduci
 
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   Evoluzione Riduci

21 Aprile 2008

Biodiesel e morti di fame

Clicca qui


Il costo del grano, del riso, della soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende che producono biocarburanti aumenta. I campi producono etanolo al posto del pane. Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia.

biofuel_cereali.jpg
Grafici aumento prezzo del cibo e della produzione di biocarburanti (fonte FT)

Il biocarburante genera un surplus azionario per le aziende dell’energia. L’assenza di cibo crea invece i morti di fame. Un mondo senza morti di fame sarà un mondo ecologico. Un primo mondo sviluppato senza la palla al piede delle Nazioni in via di sviluppo. Senza il secondo, il terzo e il quarto mondo. Una diminuzione demografica è necessaria per lo sviluppo del PIL. Meno bocche da sfamare e più energia per tutti. La rivolta del pane e l’assalto ai forni stanno ritornando di moda. I poveri non vogliono morire di fame in silenzio. Sono i soliti no global.
Molti Paesi hanno imposto restrizioni all’esportazione di prodotti agricoli. L’Argentina, l’Egitto, l’Ucraina. L’erba del vicino, se è più verde, se la tiene lui. In 30 Stati ci sono stati disordini per l’aumento del prezzo dei cereali. Di solito domanda e offerta hanno lo stesso andamento. Per i cereali non è così. Negli ultimi anni la domanda è cresciuta dell’8%, il prezzo è aumentato del 50%. E’ la globalizzazione dei morti di fame. Al contadino non far sapere quanto vale il biodiesel senza pere. Se lo sa, lo vende a prezzo maggiorato. Se non lo sa, la multinazionale gli compra i campi.
Le nazioni più povere importano cereali per sfamarsi. Se una parte della loro produzione è gestita dalle multinazionali dell’energia il prezzo della fame sale insieme alla Borsa. Giro, giro tondo, cade il mondo, cade la terra, salgono i dazi, cresce la fame, l’azione si impenna. Tutti giù per terra.

Post precedente: "Fidel e il futuro del mondo"

 
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   Festa Chiusura Campagna Elettorale Riduci
 
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   Caccia al Tesoro Democratica!! Sabato 29 Marzo vi aspettiamo tutti a Mestre!! Riduci
 
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   I Giovani Democratici incontrano Veltroni a Mestre Riduci

  clip_image002.gif Giovani Democratici Provincia di Venezia Giovani democratici.jpg

Comunicato Stampa del giorno 8 marzo 2008

 

In concomitanza con la visita a Venezia-Mestre-Marghera del Segretario Nazionale del Partito Democratico Walter Veltroni, il Coordinamento Provinciale dei Giovani Democratici di Venezia ha organizzato un’iniziativa la quale includeva la consegna a Walter Veltroni di una cesta contenente alcuni regali simbolici: una lampadina a basso consumo energetico; un volume rilegato contenente la Costituzione della Repubblica italiana, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed il Manifesto di Ventotene; una scatola di preservativi; una maschera protettiva ed un caschetto a simboleggiare la sicurezza sul lavoro; mazzi di mimose. Inoltre, all’arrivo a Mestre di Walter Veltroni il gruppo dei Giovani Democratici ha voluto omaggiare il Segretario Nazionale con una maglietta che riporta sia la frase “Ghe ‘a podemo far” (traduzione veneta del “Si può fare” della campagna elettorale) sia gli stemmi del Partito Democratico e dei Giovani Democratici della provincia di Venezia.

 

Giovani Democratici

Coordinamento Provinciale Venezia



 
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   Giovani e vecchi Riduci
Articolo di Roberto Cotroneo - L'Unità

E adesso con la partenza imminente della campagna elettorale, è arrivato il momento di mettere in pratica il ricambio generazionale. I primi a uscire allo scoperto erano stati dieci giorni fa Romano Prodi, Luciano Violante e Giuliano Amato.

Tutti e tre avevano dichiarato che non si sarebbero ricandidati. Lo hanno detto chiaramente. E non tanto per obbligo, visto che tre personalità di questo livello sarebbero rimaste fuori dalle regole o regolette che imporrebbero un massimo di tre legislature. Ma perché hanno scelto di non candidarsi anche se avrebbero potuto farlo.

E quindi il valore della decisione assume un peso molto forte. E ha scelto di non ricandidarsi, per un motivo diverso, anche Francesco Rutelli, che ora corre per la poltrona di sindaco di Roma.

Nel frattempo Walter Veltroni ha dato un segnale forte per le liste del Partito Democratico: soprattutto scegliendo di non essere capolista. E mettendo come capolista un giovane imprenditore, come Matteo Colaninno, classe 1970, nella grande circoscrizione del nord est. Certo, non è tutto così semplice.

Il Pd ora dovrà risolvere il caso Ciriaco De Mita. Decisissimo a ottenere una candidatura vincente, nonostante i suoi 80 anni. Talmente deciso da aver minacciato una sua lista se il partito non lo candiderà alle politiche.
Un errore? Un braccio di ferro che ricorda certi equilibri di potere della vecchia Dc? Certo, anche se il nodo del rinnovamento di quelli che saranno chiamati a fare i legislatori è un nodo molto difficile da sciogliere. Perché si presta a una serie di luoghi comuni e di interpretazioni che possono anche affondare malamente nel populismo.

L’Italia è l’unico paese in Europa, e non soltanto in Europa, dove la politica è un mestiere per la vita. Nessuno si è mai ritirato, in questi anni. Tutti i leader hanno fatto politica per una vita intera e non si sono mai sognati di andare in pensione. In generale l’Italia è un paese dove il cambio di classe dirigente, che sia politica, che sia culturale, che sia imprenditoriale, è rarissimo.

Altrove non è così. Altrove esistono potenti che a un certo punto si mettono da parte e si ritirano a vita privata. In Francia come in Spagna, a Londra come a Washington. Tony Blair è stato capo del governo molto a lungo. Ma certo assai meno di molti altri nostri politici. E oggi è un comune cittadino.

Da noi non è così. Sono tutti lì.
E persino un intelligente politico come Ciriaco De Mita ha ben poca voglia di farsi da parte, nonostante gli 80 anni compiuti da poco.

Eppure il rinnovamento della politica è un concetto sdrucciolevole e pericoloso. Siamo proprio sicuri che andare verso il nuovo, lo scalare delle generazioni, sia sempre e comunque qualcosa di positivo? Da un certo punto di vista sì.

Violante ha ragione che devono governare e legiferare persone che hanno più vita davanti di quella che hanno già vissuto.
Come ha ragione sul fatto che la politica sia un mestiere. E i mestieri si imparano con il tempo.

Ma ha ragione anche Giovanni Sartori quando due anni fa criticava con una certa perfidia tutte le ansie di modernità e di rinnovamento, facendo notare che Carlo Azeglio Ciampi, con quel principio non avrebbe fatto il presidente del consiglio, a suo tempo, e che molti uomini importanti per le nostre istituzioni non avrebbero potuto dare un importante contributo in politica.

Non aveva torto. Ovvio che è tutto un gioco di distinguo e di equilibri. Ovvio che non si fa rinnovamento in un modo così semplice, mettendo la matita rossa sotto i nomi che hanno fatto i deputati e senatori per più di tre legislature.
Dipende. Dipende da come si fanno certe cose. Dipende da come si lavora. Dipende dal modo in cui è concepito il mestiere di politico e di parlamentare. Bisogna mandare avanti i giovani è uno slogan fantastico, in un paese dove i giovani, francamente non contano nulla da nessuna parte. Non contano nulla nelle aziende, non contano nulla nell’informazione, non contano nulla ovunque. Forse neppure in parlamento, ma francamente sarebbe anche l’ultimo dei problemi, questo.

Il primo dei problemi è avere una classe dirigente seria e autorevole, al di fuori dell’età e dei mandati. L’onorevole Cosimo Mele ha meno di 50 anni ed era alla prima legislatura. Il senatore Nino Strano era soltanto alla seconda legislatutura, il senatore dell’Udeur Tommaso Barbato alla prima legislatura, così come anche il senatore Franco Turigliatto.

Va da sé che sarebbe assai meglio avere Amato, Violante e Prodi seduti nei seggi di Montecitorio o di Palazzo Madama, anche se hanno qualche legislatura in più dei parlamentari appena citati.

Eppure una cosa giusta nel ricambio generazionale c’è. Attuare il ricambio non è una regola infallibile, anzi può essere persino una regola fallace. Ma attuare il ricambio dimostra quanta volontà di progetto ha un paese. Siamo diventati negli anni una gerontocrazia abbastanza insopportabile: tutta lustrini, mostrine, medaglie, alamari. Con il tempo abbiamo tolto ogni possibilità ai più giovani di contribuire al loro futuro e al futuro dei loro figli.

Abbiamo lasciato che al posto dei più giovani, investissero per il futuro dell’Italia anche degnissime persone che però avevano troppi anni addosso per conservare l’entusiasmo e la forza di andare fino in fondo nel rinnovamento della politica e del paese. Il risultato è quello che si vede: non tanto un paese vecchio, che non è un demerito, ma un paese con sarsità di idee. E questo sì che è un difetto, e alla lunga un dramma.

Forza Italia e il centro destra, con quadri dirigenti più fragili e incerti non riusciranno a innovare più di tanto. Il centro sinistra, e soprattutto il Partito democratico, ci stanno provando.

Altre strade non ce ne sono. E quel passo indietro fatto da Prodi, Amato e Violante, oltre ai giovani nel Partito Democratico non può che essere un punto di partenza. Senza populismi, senza demagogia, e con molto buonsenso.
 
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   Kyoto fisso Riduci
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Il 16 febbraio ricorrerà l'anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto, per questa ragione riportiamo un'iniziativa, che riteniamo importantissima, di Filippo Silvestri. Riportiamo in calce. Per tutti i materiali visitate il sito del PD Veneto.

E’ un Kyoto fisso
 

“I mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e propria sfida. Dobbiamo convincerci tutti che l'aumento dell'effetto serra causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia non è un problema di astratta e accademica ecologia. I cambiamenti del clima sono ormai un drammatico dato di fatto: fermarli non è solo un dovere etico verso le future generazioni, è un interesse tremendamente concreto di noi contemporanei. In cima alle priorità della politica e dell'azione pubblica deve stare il futuro ambientale del nostro Paese e dell'intero pianeta. Affrontare i cambiamenti climatici. Realizzare gli obiettivi di Kyoto, e i successivi che sarà necessario darsi per ridurre le emissioni. Potenziare le azioni di risparmio energetico. Espandere l'uso delle fonti rinnovabili. Investire in dosi massicce sulle infrastrutture e sulle tecnologie per la mobilità ecosostenibile. Mettere l'apparato industriale e di ricerca italiano in linea con quelli dei paesi che prima di noi hanno investito sulle nuove tecnologie per l'ambiente.[…] Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo che proponendosi di diventare politica generale, informatrice di ogni scelta, rifiuta la logica del no a tutto […]Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo dei sì!”

W. Veltroni
Intervento al lingotto di Torino

 

Noi giovani non possiamo rimanere indifferenti a tale volontà di creare, in un Italia nuova, una politica nuova, più attenta all’ambiente, più volta al futuro delle nuove generazioni e alla parità delle opportunità per le generazioni contemporanee di tutto il mondo. La sostenibilità e l’ambiente dovranno diventare un importante patrimonio condiviso all’interno del PD e soprattutto per i Giovani democratici.
A questo scopo proponiamo “è un Kyoto fisso”, un insieme di iniziative su più livelli in occasione del 15 – 16 Febbraio, ricorrenza della firma del protocollo di Kyoto.
In virtù della territorialità che dovrà essere un principio forte per il nostro giovanile, un grande ruolo dovrà essere svolto da tutte le provincie.
Ogni realtà potrà scegliere più livelli sui quali agire:
1 - Realizzazione di banchetti e gazebo nelle piazze delle città capoluogo con diffusione e distribuzione di materiale informativo, volantini, e la distribuzione di lampadine a basso consumo energetico.
2 - Assemblea aperta coinvolgendo le associazioni ambientalistiche, Agenda 21, ed assessori all’ambiente comunali o provinciali della provincia sul riscaldamento globale con proiezione di estratti del film “una scomoda verità” e dibattito.

Data la rilevanza del tema e la nostra necessità di essere presenti ed incisivi sul territorio, dato che la tornata delle elezioni amministrative in molte realtà si sta avvicinando e si prospettano a mesi le elezioni politiche, vi invito a sostenere il più possibile tale iniziativa.
Nei prossimi giorni, non appena possibile, vi invierò un po’ di materiale da poter stampare e distribuire. Invito, inoltre, tutti i coordinamenti ad individuare un referente e, nel caso al loro interno vi siano persone sensibili all’argomento, a segnalarmele per poter costituire una piccola equipe che possa essere di supporto a tutte le realtà provinciali.

Resto a disposizione per ulteriori informazioni ed eventuali contatti con le varie associazioni ambientaliste.


Filippo Silvestri
 
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   IL PD E LA SCELTA DI ANDARE SOLO. La costrizione provvidenziale. di Paolo Mieli Riduci

La scelta del Partito democratico di presentarsi da solo alle prossime elezioni politiche non va tenuta nel conto di un espediente. È un fatto, certo, che se la coalizione di centrosinistra si fosse riproposta tal quale si era presentata nel 2006, l'esito sarebbe stato per lei disastroso. E questa catastrofe, va detto, si sarebbe avuta non già per la prova del governo Prodi che, anzi, nelle condizioni date ha offerto una prestazione di tutto rispetto. L'esito per il centrosinistra sarebbe stato molto negativo proprio per le «condizioni date» e cioè per la conclamata indisponibilità di micropartiti e piccole correnti a farsi carico della logica di coalizione, ovvero del rispetto del principio di maggioranza all'interno della coalizione stessa. Walter Veltroni, dunque, non poteva presentarsi alla guida di un partito legato a soci indisciplinati oltreché inaffidabili ed è costretto, sì costretto a correre in solitudine.

Ma, a questo punto della storia della sinistra italiana, si tratta di una costrizione provvidenziale che lo obbliga a tagliare con un colpo netto un nodo che altrimenti sarebbe rimasto ancora a lungo aggrovigliato. Di che cosa stiamo parlando? Dal 1861, dalla formazione del nostro Stato unitario, anche prima della nascita e dell'affermazione del Partito socialista, in Italia la sinistra di governo fu quella di ex adepti del movimento garibaldino e mazziniano (adepti di rango: Agostino Depretis, Giovanni Nicotera, Francesco Crispi) che lasciavano dietro di sé nel territorio di provenienza, un campo antisistema, parte consistente della loro legittimazione. L'identità forte restava appannaggio dei loro compagni rimasti sul terreno della radicalità: ai transfughi rimaneva un' identità dimidiata, la necessità di attestare di continuo una qualche fedeltà agli ideali di un tempo, l'obbligo morale di proporre misure in cui credevano poco, solo per dimostrare al loro elettorato potenziale rimasto fuori dal sistema di appartenere ancora a una stessa famiglia. E per avere libertà di manovra nella complicata arte del governo toccò loro, alla sinistra storica, persino di elevare a dottrina il trasformismo (1882).

Le questioni legate alla figura del transfuga che si stacca dal ceppo d'origine si proposero anche fuori dai nostri confini, ad esempio per Alexandre Millerand, il primo socialista francese che nel 1899 entrò nel governo di difesa repubblicana presieduto da Waldeck-Rousseau. Ma presto i socialisti di Francia vennero a capo di questo problema, dopo appena quindici anni, allorché nel corso della prima guerra mondiale — con Jules Guesde e Marcel Sebat in rappresentanza dell'intero partito — entrarono nel governo (di grande coalizione) presieduto da Viviani. In quegli stessi giorni i laburisti inglesi facevano il loro ingresso nei gabinetti (anche questi di coalizione) di Asquith e Lloyd George. E subito dopo la Grande guerra i socialdemocratici tedeschi Ebert e Scheidemann guidarono i primi governi della Repubblica di Weimar. In altre parole i socialisti dell'Europa più avanzata già all'inizio del Novecento, prima o a ridosso della Rivoluzione d'ottobre, si addossarono responsabilità ministeriali dandosi — in conformità all'occasione — una salda identità via via sempre più riformista.

Da noi le cose andarono diversamente. I primi socialisti che andarono al governo, Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi nel 1916, lo fecero anche loro da transfughi alla guida di una piccola formazione scissionista che si era staccata dal Psi quattro anni prima. E dopo il conflitto Filippo Turati, pur avendo capito fino in fondo che cosa si dovesse fare, non riuscì a divincolarsi per portare il suo partito in un gabinetto che grazie alla forza dei socialisti avrebbe potuto sbarrare la strada al movimento mussoliniano. Poi fu il ventennio dei fascismi e della stringente logica per cui i socialisti europei furono costretti ad aderire ai fronti popolari, cioè all'alleanza con i comunisti. Ma, finita la seconda guerra mondiale, i laburisti inglesi di Attlee, i socialisti francesi di Guy Mollet e Ramadier, quelli tedeschi di Schumacher ruppero subito con i comunisti staliniani riprendendo con ciò la loro identità originaria e con essa la via del governo. In Italia no. I socialisti nostrani ancorché (particolare non irrilevante) nel 1946 fossero il primo partito della sinistra italiana restarono, unici nell’Europa democratica, avvinghiati al Pci in un legame frontista. Si staccò, è vero, nel 1947 Giuseppe Saragat ma il suo piccolo partito socialdemocratico, come già era stato per Bonomi e Bissolati, portò con sé una parte infinitesimale della sinistra che pressoché al completo rimase egemonizzata dal Pci nel campo della radicalità antisistema. E quando negli Anni Sessanta i socialisti di Pietro Nenni andarono finalmente al governo, il grosso dell’elettorato (con annessa l’identità vera della sinistra italiana) restò con il Pci all’opposizione. Insomma qui in Italia non è mai accaduto che il principale partito della sinistra si mettesse nelle condizioni di candidarsi davvero a governare— con un programma coerente di riforme coraggiose sì ma compatibili —al riparo da veti e intrusioni da parte di entità politiche collocate su posizioni estreme. Mai.

L’unità nazionale (1976-1979) fu altra cosa e neanche l’Ulivo prodiano — che pure è stato il progenitore del Partito democratico — può essere considerato qualcosa di simile ai confratelli socialisti europei che dall’inizio del secolo scorso hanno avuto (ed esercitato in prima persona) responsabilità di governo. Se non altro perché l’Ulivo non si è mai candidato a governare libero da ipoteche di sinistra. Oggi, per la prima volta dopo centoquarantasette anni, questo accade anche da noi. E grazie al fatto che Rifondazione mostra di aver ben compreso — pur non facendolo proprio — il senso di questa evoluzione, il divorzio della sinistra riformista da quella massimalista e rivoluzionaria avviene in un clima che si può definire di separazione consensuale.

Quello che sta accadendo al Partito democratico (sempre che Veltroni riesca a tenere duro al cospetto delle irragionevoli obiezioni di alcuni dei suoi) è qualcosa che va al di là di ciò che si deciderà il 13 e 14 aprile. Se il suo partito uscirà consacrato da un risultato abbondantemente superiore al 30 per cento, anche in caso di sconfitta potrà dispiegare una politica potente in grado di dare frutti molto prima di quanto si pensi. È vero che la Casa delle libertà al nastro di partenza per la corsa del 13 aprile ha maggiori e non immeritate chances di vittoria ma è vero altresì che la coalizione berlusconiana è in grande ritardo sulla via della formazione di un partito unico. E questo, agli occhi di chi come noi ha a cuore la stabilità e la funzionalità del sistema politico italiano, peserà. Silvio Berlusconi è ancora in tempo per dare un’accelerazione a questo progetto che ha sempre dichiarato essere il suo. Se lo facesse questa sarebbe una seconda positiva sorpresa che darebbe un carattere storico a questa campagna elettorale.

08 febbraio 2008

 
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   La laicità del buonsenso e i laici della domenica. Di Alessandro Coccolo Riduci
Recentemente, a Roma, un’alleanza di gruppi studenteschi e professori ha creduto, in buona fede, che un buon modo di difendere la laicità dello Stato italiano fosse impedire che in un’aula universitaria dell’Università “La Sapienza” risuonassero le parole (per loro totalmente non condivisibili) del Papa. Questo evento mi ha fatto venire in mente le parole pronunciate in clima di piena guerra civile da Abraham Lincoln: “Adopererò tutte le mie forze per combattere contro i miei nemici, ma mi batterò anche con tutta la mia forza per consentire ai miei avversari di esprimere le loro opinioni”. Le parole di Lincoln fanno parte di quel patrimonio di espressioni particolari che per la loro profondità sono sempre valide. Il senso è che in una democrazia la dialettica e lo scontro tra idee differenti è un contenitore vuoto se non c’è reciprocità.

 Adoperarsi a sostegno della propria visione delle cose non può quindi prescindere dal rispetto per l’altro e per i suoi diritti,  anche se irriducibile avversario. Perciò è in errore chi pensa che la propria causa, anche se giusta, possa essere fatta valere calpestando i diritti altrui. Senza contare che quest’ultimo, da quel momento in poi, si sentirebbe del tutto autorizzato a comportarsi nello stesso modo, con gravi ripercussioni sulla convivenza civile. Questa riflessione non è solo una questione di metodo ma ha anche tantissimi risvolti concreti. Basti pensare alle reazioni (per la verità, prevedibili) che i fatti di Roma hanno suscitato: lunghe edizioni dei telegiornali costruite al solo scopo di martirizzare la figura del Pontefice, folle riunite in San Pietro per gridare al complotto anticristiano, fiammate di orgoglio papalino da parte di innumerevoli politici. Ancora una volta la dimostrazione che anticlericalismo e clericalismo vivono e sopravvivono in simbiosi.

 Anche se nessuno può essere autorizzato a dispensare patenti di laicità, un approccio autenticamente laico non può tuttavia prescindere da almeno due elementi. Il primo, come abbiamo già fatto notare, è il rispetto di base per le opinioni dell’altro, che non è ipocrisia ma significa riconoscere che tutti siamo ugualmente liberi. Il secondo è la convinzione in base alla quale la censura delle idee è inutile, dal momento che la libera circolazione delle idee è l’unico modo per far emergere tra di esse le più sensate. I laici della domenica dell’Università “La Sapienza” non sono evidentemente stati in grado di compiere questo ulteriore passaggio. Anzi, sottoponendo il Papa a censura preventiva, hanno inoltre dimostrato un fastidioso senso di superiorità proprio verso i loro concittadini, ritenuti “facili prede” del discorso di Benedetto XVI e quindi non capaci di comprendere gli innegabili punti deboli del suo ragionare.

Per concludere, non ci piacciono per niente queste manifestazioni mirate a zittire il prossimo. Se davvero vogliamo costruire una laicità vera nel nostro Paese è opportuno che molti facciano uno sforzo per ristabilire un clima di serenità. Proprio come Lincoln, anche molti autoproclamatisi laici italiani dovrebbero battersi con tutte le loro forze per consentire ai loro avversari di esprimere liberamente le loro opinioni. L’auguro è quindi che Papa Benedetto XVI accolga senza esitazioni l’invito a tenere un discorso all’Università di Padova rivoltogli dal Governatore Galan. D’altronde, pochi mesi fa il Presidente iraniano Ahmadinejad è stato invitato a tenere una relazione alla Columbia University di New York. Non casualmente, il suo intervento (come capo di un Paese che in cui le sorti del potere civile dipendono dall’influenza delle autorità religiose) ha fatto cambiare idea anche a quei pochi americani che fino a quel momento avevano difeso la sua condotta senza mai averlo sentito parlare dal vivo.

 
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   Veltroni: "Noi al voto da soli Riduci
ORVIETO - "Con qualsiasi sistema elettorale il Pd correrà da solo". Walter Veltroni "sfida" Silvio Berlusconi. Davanti al nodo rappresentato dalla legge elettorale il sindaco di Roma mette in chiaro le scelte future del Pd: "Quale che sia il sistema elettorale alle elezioni correremo da soli". Una scelta netta che Veltroni chiede anche a Berlusconi: "Abbia lo stesso coraggio e dica quello che ho detto io: quale che sia la legge elettorale andrà alle elezioni da sola". Non si nasconda il Cavaliere. Riconosca che "con l'Udc, An e la Lega ci sono delle differenze e abbia il coraggio di dire che, quale che sia la legge elettorale, Forza Italia andrà ad elezioni da sola".

In attesa della risposta il sindaco di Roma spiega la scelta del dialogo con il Cavaliere. E lo fa difendendo la sua decisione. "Senza Berlusconi non si può fare una riforma" dice il leader del Pd. Una scelta in cui più d'uno vede rischi. Pericoli legati ad una presunta inaffidabilità politica del Cavalere. Ma Veltroni non torna indietro: "Tanta gente mi dice di stare attento a Berlusconi. Io sto attento a lui ma stare attento non significa rimettersi a fare quella cosa che al momento strapperebbe tanti applausi, cioè fare le belle intemerate old time".

Dice di non aver paura di un fallimento, il leader del Pd, di non essere spaventato dalla possibilità di rimanere con il cerino acceso in mano: "Preferisco essere tra quelli che rischiano di restare con il cerino accesso rispetto a quelli che si mettono a riparo da ogni rischio. Il dialogo è rischioso, ma bisogna continuare".

"Far saltare oggi il tavolo - conclude il leader del Pd- significa far saltare non solo la legge elettorale ma anche le riforme istituzionali che sono collegate fra di loro. Senza contare la necessità di riordinare anche i regolamento parlamentare. Un'esigenza sollecitata oggi da Quagliariello di Fi che io accolgo e rilancio".

Poi tocca ai rapporti con il governo. Alla replica a chi vede nell'attivismo sulle riforme del Pd, "una
minaccia per il governo". Accusa che Veltroni rimanda al mittente: "Stiamo dando prova di senso di responsabilità, di generosità. Ma il sistema va cambiato e quello che si deve cercare di fare va fatto con questo Parlamento".

Salari. "La questione dei salari è una priorità. E' un problema urgente da risolvere, perchè lo vogliono gli italiani. Le sollecitazioni dei sindacati sono giuste. Non si può aspettare fino a giugno" sottolinea Veltroni. Che chiede alle forze politiche e al governo di concentrarsi "sui problemi reali della gente" a cominciare dal rafforzamento del potere d'acquisto delle famiglie.

Rifiuti. 'I rifiuti sono le specchio di un Paese che non riesce a decidere perché paralizzato da un sistema di veti, di condizionamenti e di ideologie che lo bloccano". Il segretario del Pd vede nell' emergenza rifiuti uno dei sintomi della crisi della democrazia italiana. Un ulteriore segnale di come sia necessario uscire "da una stagione che ha portato l'Italia ad essere bloccata". Di come biosgna "uscire da coalizioni forzose e così eterogenee che ripropongono nei governi la logica dei veti e dei condizionamenti che esistono in Italia". Un esempio? All'ultimo vertice di maggioranza sui salari c'erano 38 presenti. "Un'anomalia" taglia corto Veltroni.
 
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   Gli operai di Torino Riduci
TORINO - "Turno di notte vuol dire che monti alle 22. Sono abituato. Quel mercoledì sera, il 5 dicembre, sono arrivato come sempre un quarto d'ora prima, ho posato la macchina, ho preso lo zainetto e sono entrato col mio tesserino: Pignalosa Giovanni, 37 anni, diplomato ragioniere, operaio alla Thyssen-Krupp, rimpiazzo, cioè jolly, reparto finitura. Salgo, guardo il lavoro che mi aspetta per la notte e vedo che ho solo un rotolo da fare".

"Allora vado prima a trovare quelli della linea 5, devo dire una cosa ad Antonio Boccuzzi, ma poi arrivano gli altri e si finisce per parlare tutti insieme del solito problema. Il 30 settembre la nostra fabbrica chiuderà, a febbraio si fermerà per prima proprio la 5, stiamo cercando lavoro e non sappiamo dove trovarlo. Duecento se ne sono già andati, i più esperti, i manutentori, molti alla Teksfor di Avigliana. Noi mandiamo il curriculum in giro, con le domande. L'azienda se ne frega, la città anche. Chiediamo agli amici, ai parenti operai che hanno un posto. Chi può cerca altre cose, Toni "Ragno" dice che ha la patente del camion e prova con le ditte di trasporti: gli piacerebbe, tanto ogni giorno fa già adesso 75 chilometri per arrivare all'acciaieria e 75 per tornare a casa. Bruno ha deciso, il 29 chiude con la fabbrica e apre un bar con Anna, Angelo ha provato a farsi trasferire alla Thyssen di Terni, la casa madre, ma poi è tornato indietro per la famiglia. Parliamo solo di questo, come tutte le notti, abbiamo il chiodo fisso. E' brutto essere giovani e arrivare per ultimi. La Thyssen qui in giro la chiamano la fabbrica dei ragazzi, perché dei 180 che siamo rimasti il 90 per cento ha meno di trent'anni. Ma questo vuol dire che quando tutt'attorno chiude la siderurgia e Torino non fa più un pezzo d'acciaio che è uno, chi ti prende se sai fare solo quello? Eppure siamo specializzati, superspecializzati, non puoi sostituirci con un operaio qualsiasi che non abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per capire come si lavora l'acciaio. E infatti ci pagano di più, uno del quinto livello alla Fiat prende 1400 euro, qui con i turni disagiati, la maggiorazione festiva, il domenicale arrivi a 1700 anche 1800 senza straordinario. Non ti regalano niente, sia chiaro, perché lavori per sei giorni e ne fai due di riposo, quindi ti capitano un sabato e domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i cristiani. Ma la siderurgia è così, lavoriamo divisi in squadre e quando smonta una monta l'altra perché le macchine non si fermano, 24 ore su 24, questo è l'acciaio. Che poi, se ci fermassimo noi si ferma l'Italia perché siamo i primi, senza l'acciaio non si vive, dai lavandini all'ascensore, alle monete, alle posate, siamo la base di tutta l'industria manifatturiera, dal tondino per l'edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai speciali. E quando parlo di acciaio intendo l'inox 18-10, cioè 18 di cromo e 10 di nichel, roba che a Torino si fa soltanto più qui da noi, che è come l'oro visto che il titanio viaggia a 35 euro al chilo e noi facciamo rotoli da sei, settemila chili. Eppure tutto questo finirà, sta proprio per finire, Torino resterà senza, siamo come le quote latte. E' chiaro che ne parliamo tutte le sere, come si fa? Comunque, a un certo punto, sarà mezzanotte e mezza, io saluto tutti, e dico che vado a fare quel rotolo che mi aspetta. Salgo, e lì sotto comincia l'inferno. E' una parola che si usa così, come un modo di dire. Ma avete un'idea di com'è davvero l'inferno"?

Se a Torino chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero. Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi dei partigiani, andare oltre le tombe monumentali della "prima ampliazione", girare a sinistra dove ci sono i nuovi loculi. Lì in basso, come una catena di montaggio, hanno messo Antonio Schiavone, 36 anni (detto "Ragno" per un tatuaggio sul gomito), morto per primo la notte stessa, Angelo Laurino, 43 anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32 anni. Subito sotto, Rosario Rodinò, 26 anni, che è morto dopo 13 giorni con ustioni sul 95 per cento del corpo e Giuseppe Demasi, anche lui 26 anni, ultimo dei sette a morire il 30 dicembre dopo 4 interventi chirurgici, una tracheotomia, tre rimozioni di cute con innesti e una pelle nuova che doveva arrivare il 3 gennaio per il trapianto, ed era in coltura al Niguarda di Milano. Ci sono i biglietti dei bambini appesi con lo scotch, come quello di Noemi per Angelo, ci sono le sciarpe della Juve, mazzi di fiori piccoli col nailon appannato dall'umidità, un angelo azzurro disegnato da Sara per Roberto, quattro figure colorate di rosso da un bambino per Giuseppe, tre Gesù dorati, due lumini per terra. Attorno alle cinque tombe, una striscia azzurra tracciata dal Comune le separa dagli altri loculi. E' un'idea del sindaco Sergio Chiamparino e del suo vice Tom Dealessandri, una sera che ragionavano sulla tragedia della Thyssen. Se tra un anno, cinque, dieci, qualcuno vorrà ricordarla, parlarne, partire da quei morti per discutere sulla sicurezza nel lavoro, ci vuole un posto, e non ci sarà neppure più la fabbrica, non ci sarà più niente: mettiamoli insieme, quelli che non hanno una tomba di famiglia; hanno lavorato insieme e sono morti insieme. Quelle fotografie di ragazzi sono le uniche tra i loculi, le altre sono di vecchi e dove non c'è la foto c'è la data: 1923, 1925, 1935, 1919, anche 1912. Intorno, un telone nasconde lo scavo di una gru nel campo del cimitero, si sente solo il rumore in mezzo ai fiori, ma c'è lavoro in corso. Siamo a Torino, dice un guardiano, è la solita questione: lavoro, magari invisibile, ma lavoro.

"Dunque, ero da solo, con la gru in movimento. Il mio lavoro si può fare così. Alla linea 5 invece il turno montante era completo. Mancavano due operai, ma si sono fermati in straordinario Antonio Boccuzzi e Antonio Schiavone, anche se avevano già fatto il loro turno, dalle 14 alle 22. Quella tecnicamente è una linea tecnico-chimica per trattare l'acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. Stiamo parlando di una bestia di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e lì dentro l'acciaio viaggia a 25 metri al minuto se è spesso e a 60 metri se è sottile, per poi andare nella vasca dell'acido solforico e cloridrico che gli toglie l'ossido creato dalla cottura nel forno. La squadra di 5 operai sta nel pulpito, come lo chiamiamo noi, una stanzetta col vetro e i comandi. Ci sono anche il capoturno Rocco Marzo e Bruno Santino, addetto al trenino che porta il rullo da una campata dello stabilimento all'altra. Manca poco all'una. So com'è andata. Il nastro scorre a velocità bassa, sbanda, va contro la carpenteria, lancia scintille, l'olio e la carta fanno da innesco, c'è un principio di incendio. Loro pensano che sia controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d'olio esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte. Boccuzzi è proprio dietro un carrello elevatore per prendere un manicotto, e quel muletto lo ripara salvandolo. Vede un'onda, sente la vampa di calore che lo brucia per irradiazione, ma si salva. Gli altri sono divorati mentre urlano e scappano. Piomba in finitura il gruista della terza campata, corri mi dice, corri, è scoppiata la 5, sono tutti morti. Non ci credo, ma si avvicina urlando, è bianco come uno straccio e sta piangendo. Corro, torno indietro, metto in sicurezza la gru, corro, non penso a niente, corro e li vedo".

I tre funerali sono diversi. Prima lo choc, il dolore, la paura. Poi la rabbia. Egla Scola, che ha vent'anni e due figli di 17 mesi e tre anni, in chiesa ha urlato verso la bara di Roberto: vieni a casa, adesso. La madre di Angelo Laurino gli ha detto: ora aspettami. Il padre di Bruno Santino, anche lui vecchio operaio Thyssen, l'abbiamo visto tutti in televisione gridare bastardi e assassini, con la foto del figlio in mano. Il giorno della sepoltura di Rocco Marzo, arriva la notizia che è morto Rosario Rodinò, dopo quasi due settimane di agonia. Ciro Argentino strappa la corona di fiori della Thyssen, i dirigenti dell'azienda entrano in chiesa dalla sacrestia, se ne vanno dalla stessa porta. Fuori ci sono soprattutto operai, in duomo come a Maria Regina della Pace in corso Giulio Cesare, come nella chiesa operaia del Santo Volto con la croce sopra la vecchia ciminiera trasformata in campanile.

Attorno, il fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c'erano una volta la Michelin Dora, la Teksid, i 13 mila delle Ferriere Fiat dentro i capannoni della tragedia, poi venduti alla Finsider dell'Iri, che negli anni Novanta ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude. Sequestrata per la tragedia, con i cancelli chiusi e un albero trasformato in altare ("ciao, non siamo schiavi", ha scritto un operaio della carrozzeria Bertone), già adesso l'impianto della morte è uno scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città finisce e comincia la tangenziale, con le montagne piene di neve dritte davanti. La gente conosce il posto perché lì c'è un autovelox famoso per sparare multe a raffica.

Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c'erano trentamila persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della democrazia. Chi lavora l'acciaio sa di fare un mestiere pericoloso, dice Luciano Gallino, sociologo dell'industria, perché macchine e materiali che trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana, con processi di fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono, masse in movimento. C'è fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza, senso di rischio, concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui nell'acciaio non si possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire le misure di sicurezza, non si può ricorrere allo straordinario con tre, quattro ore oltre le otto normali. Invece l'Asl dice oggi di aver accertato 116 violazioni alla Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso anno avevano declassato la fabbrica proprio per mancanza di sicurezza, portando la franchigia da 30 a 100 milioni all'anno. Per tornare alla vecchia franchigia, bisognava fare interventi di prevenzione, tra cui un sistema antincendio automatico proprio sulla linea 5, dal costo di 800 milioni. From Turin, ha risposto l'azienda, dopo che Torino avrà chiuso.

"Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che aveva addosso la radio e il telefono interno, bruciati nel primo secondo. Appare all'improvviso, al passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov'è disegnato il corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. "Avvisa tu mia moglie, Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far preoccupare". Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è più pelle, come una cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità continua a saltarmi attorno, cosa facciamo? Mando via tutti quelli che piangono, che urlano, che sono sotto choc e non servono, non aiutano. Dico di non toccare Rocco, di scortarlo con la voce fuori: gli chiedo se se la sente di seguire i compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo mentre dondola e sembra cadere a ogni passo, mi sembra di impazzire. Mi butto avanti, tutta la campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi di gomma, i tubi con l'acido, i manicotti. Vedo Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e mi urla in faccia: "Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra". In quel momento Schiavone urla nel fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo, ma lui ripete come un matto: "Il fuoco lo sta mangiando". Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e mi sento chiamare: "Giovanni, Giovanni". Non ci credo, guardo meglio, non si vede niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più parlare, non sanno dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi. Poi Demasi si muove, barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani davanti, come se fosse preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo chiamo, si volta, chiama Bruno. Guardo la loro pelle scivolata via, non so cosa dire e loro mi cercano: "Giovanni, sei qui vicino? Guardaci, guardaci la faccia: com'è? Cosa ci siamo fatti, Giovanni?"

Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent'anni: l'operaio ovviamente esiste, cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica. Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della Fiom, che nell'assemblea del Pd appena eletta a Torino non c'è nemmeno un operaio? Che in tutto il Consiglio comunale ce n'è uno, perché il sindacato si è trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista operaia separata, supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che l'invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, aggiunge Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di te. Da bambino, spiega, vedevo con mio padre al telegiornale le notizie sul contratto dei metalmeccanici, "undici milioni di tute blu scendono in piazza", adesso, non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno e otto? Il sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla modernità come a una sostituzione, l'immateriale, l'effimero al posto del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine di una cosa con l'inizio dell'altra, sopravvivenze importanti e novità salutari. "Chiampa" dice che lui non potrebbe dimenticare gli operai, la sua famiglia viene dalla fabbrica, il figlio di suo fratello ha la stessa età e fa il lavoro dei ragazzi della Thyssen, però è vero che si lamenta perché i riformisti non usano più quella parola, operaio. E tuttavia non si può tornare agli anni Settanta.

E la città non è indifferente, non si può misurare il funerale operaio col metro del funerale dell'Avvocato, in quel caso la partecipazione era anche un modo di dire "io c'ero", mentre qui voleva dire "voi ci siete". E poi, pensiamo sempre a Mirafiori, dove cresceva l'erba sull'asfalto, tutto era abbandonato, e tutto è rinato. Il sindaco ha aiutato Marchionne, l'amministratore delegato Fiat ha aiutato Chiamparino. I due si vedono qualche sera per giocare a scopa col vicesindaco e un ufficiale dei carabinieri, ma in pubblico si danno del voi, perché questa è Torino. Anche se Marchionne voleva strappare, e andare al funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per paura che la sua presenza diventasse una specie di comizio silenzioso. Ha radunato i suoi e ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può sempre scoppiare, ma non per incuria verso la tua gente e il suo lavoro. Mai, mettetemelo per scritto. Solo in Italia, spiega ancora Marchionne, operaio diventa una brutta parola, nel mondo indica quelli che fanno le cose, le producono.

E tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l'altra. Gli operai della Thyssen, anche per la loro età, non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua normalità. Dopo la fabbrica si incontrano indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald's di via Pianezza, Peter ha la moglie laureata e vede tutta gente del suo giro, ai funerali hanno messo musica dei Negramaro, hanno portato anche la maglia di Del Piero. Ma ti dicono che l'invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la solitudine portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li convince di vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha contato solo la cometa del Nordest, solo l'illusione del lavoro immateriale, solo il consumatore e non il produttore, e persino la parola lavoro è stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze, professionalità. Questa fragilità - culturale? Politica? Sociale? - li espone. Il cardinal Poletto, che ha fatto l'operaio da ragazzo (il mattino in officina, il pomeriggio in canonica) ha detto ad ogni funerale cose semplici ma solide perché autentiche: la città ha reagito ma non basta, serve un sussulto, la ricerca sacrosanta del profitto non può danneggiare la sicurezza o addirittura la vita di chi lavora. La sinistra ha detto meno del cardinale.

"Nessuno sa cosa fare davanti a una cosa così. Due compagni di lavoro carbonizzati, e ancora vivi. Uno ha preso due giacconi, glieli ha buttati addosso. "Giovanni aiutaci - dicevano - portaci via". Ragazzi, ho provato a rassicurarli, l'importante è che siate in piedi, io non so se posso toccarvi, non posso prendervi per mano, ma vi portiamo fuori, vi facciamo da battistrada. Due passi, e trovo per terra Rosario Rodinò, Angelo Laurino e Roberto Scola. Statue di cera che si sciolgono, l'olio che frigge, non c'è più niente, i baffi di Rocco, i capelli di Robi, solo la voce. Mi accoccolo vicino a Laurino, gli parlo. Si volta: "Dimmi che starai vicino ai miei". Scola ripete che ha due figli piccoli, "non potete farmi morire". Rodinò sembra più calmo: "Non pensare a me, io sto meglio, occupati di loro". Poi, quando ritorno da lui mi chiede: "Come sono in faccia? Cosa vedi?" Arrivano i pompieri, poco per volta li portano via. Un vigile mi dice che stanno morendo, ma il fuoco gli ha mangiato le terminazioni nervose, per questo resistono al dolore. Non so se è vero, non capisco più niente, ho quei manichini davanti agli occhi. Prendo un pompiere per il bavero, e gli urlo che Schiavone è ancora a terra da qualche parte, devono salvarlo. Mi dice che lo hanno portato via e che devo andarmene, perché il fumo sta divorando anche me. Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dei gas, dell'elettricità. Tutto si ferma alla ThyssenKrupp, probabilmente per sempre. Non ho più niente da fare".

Al cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba. Un pacchetto di Diana per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di Antonio, una sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per Rosario. Subito non capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più le sigarette, ma i ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca. Metterle lì, tra i fiori dei morti, è un modo per riconoscerli, per renderli visibili.
 
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   Giovani Democratici Vicenza Riduci
Riportiamo dal sito del Partito Democratico Veneto:

Giovani, la provincia di Vicenza brucia tutte le altre province venete sul tempo. Il 19 dicembre, infatti, è nato il coordinamento provinciale dei Giovani Democratici vicentini, uno dei primi organismi di questo tipo a vedere la luce in Italia.

Il coordinamento conta 11 membri dai 16 ai 25 anni, provenienti da diverse esperienze politiche e culturali e da differenti aree territoriali. Sono stati eletti coordinatori Giacomo Possamai, 17 anni, ed Elisa Cavalli, 21.

L’incontro in cui è stata ufficializzata la nascita del coordinamento è servito anche per definire la forma organizzativa del nuovo soggetto giovanile e per tracciare i prossimi numerosi impegni che sfoceranno nell’organizzazione a marzo delle primarie dei giovani.

«Vicenza è una delle prime province italiane a costituire i Giovani Democratici - affermano Elisa e Giacomo – si tratta di un segnale politico importante, perché significa che il progetto del Partito Democratico sta già sortendo quegli effetti di avvicinamento dei giovani al mondo della politica che tanto si erano fatti attendere, e che rappresentano anche il miglior antidoto alle tante recenti manifestazioni di antipolitica».

I Giovani Democratici, cogliendo le esigenze dei giovani di comunicare in modo snello e rapido e di utilizzare le nuove tecnologie, hanno creato il sito internet: http://giovanidemvic.altervista.org. Per i contatti, è attivo l’indirizzo email giovanidemvic@gmail.com.
 
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   LD leader della LdC. Le Bussole di Ilvo Diamanti_27 dicembre 2007 Riduci
Lamberto Dini, leader dei Liberaldemocratici, ha dichiarato che il suo partito ha levato la fiducia al governo. Che Prodi, quindi, non ha più la maggioranza. Al Senato.

Liberaldemocratici. O forse Liberal Democratici: LD. Una sigla che non ricordiamo di aver visto alle elezioni del 2006. Anche se tante erano le liste, in quell'occasione, che qualcuna, sicuramente, ci è sfuggita. Peraltro, liberaldemocratico è un attributo cultural-politico diffuso. Forse solo gli esponenti della sinistra radicale lo rifiutano. Ma non tutti, probabilmente. Tuttavia, non crediamo che Lamberto Dini parli a nome loro. Dei liberaldemocratici di tutto il Paese. Anche perché dubitiamo che i liberaldemocratici si riconoscano - tutti quanti - nella sua figura. Con tutto rispetto: Ciampi è un'altra cosa. Riteniamo, invece, che si riferisca davvero a un partito. Che, riassunto in sigla, d'altronde, coincide con le sue iniziali. LD come Lamberto Dini.

Già in passato aveva usato lo stesso acronimo. Ma allora si chiamava Lista Dini. O meglio: Rinnovamento Italiano. Presente alle elezioni europee del 1999. Dove ottenne l'1,1%. In cifre: 350mila voti. Immaginiamo che Lamberto Dini, leader di LD, parli a nome loro, quando sostiene che il governo non ha più la maggioranza dei consensi. Non ha più la fiducia del Paese. Ridotta al 25% degli elettori. Per la defezione dell'1,1% degli elettori che egli rappresenta. Forse, però, quando LD parla di un partito, non fa riferimento a "elettori". Ma a singoli senatori. Dini, in primo luogo. Un partito senatoriale, dunque. Da non confondersi con gli altri "nanetti", su cui ironizza, regolarmente, Giovanni Sartori. Perché l'Udeur di Mastella, i socialisti di diversa collocazione, perfino i pensionati si sono presentati alle elezioni. I loro voti - magari pochi - li hanno presi. LD, invece, dopo il 1999 si è embedded in altri contenitori.

L'ultima traccia della sua base elettorale risale a quei 300mila voti o poco più ottenuti alle europee di otto anni fa. Chissà: nel frattempo potrebbero essere cresciuti. Per cui immaginiamo che LD vorrà presentarsi con la propria lista, da solo, alle prossime elezioni. Meglio se con una nuova legge elettorale, in cui la coalizione non sia "premiata" e non divenga, quindi, una soluzione obbligata. In cui ogni lista sia costretta a correre con le proprie gambe. Oggi, però, abbiamo il sospetto che LD indichi un PI(D): Partito individuale (Dini). O, meglio, un PdI. Partito di individui, che si associano per esercitare il loro potere di "ricatto" in Senato. Per il bene del Paese. Ma soprattutto il proprio. Chiamiamolo, allora, più correttamente LdC: Lista della Casta.
 
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   Superata la crisi delle iscrizioni alle facoltà scientifiche Riduci
53% di iscritti in più nelle facoltà italiane di matematica negli ultimi due anni, segno dell'inversione di rotta che sta coinvolgendo le altre discipline scientifiche di base, come fisica (+25% di iscritti) e chimica (+24%). I dati sono stati presentati a Roma dal presidente del Gruppo di lavoro interministeriale per lo sviluppo della cultura scientifica, Luigi Berlinguer e dalla Conferenza nazionale dei presidi delle facoltà di scienze. (Ansa)
 
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   Sedici anni dopo l'omicidio di Libero Grassi a Palermo adesso davvero si respira "un'aria diversa". Così la città muta e complice ha deciso di rialzare la testa. Se non c'è più estorsione non c'è controllo del territorio, non c'è più la mafia Riduci

<B>Così la città muta e complice<br>ha deciso di rialzare la testa</B>
SONO passati tre anni ma è come se ne fossero passati trenta o trecento. È stata la prima volta di Palermo. È vero che "sta cambiando solo l'aria". E' vero che in questi giorni hanno trovato altri cinquecento nomi di commercianti nel libro mastro del boss Salvatore Lo Piccolo e neanche uno di loro ha ancora confessato in questura o in procura che era costretto a pagare. Ma a Palermo "l'aria" conta più che in ogni altro luogo d'Italia. Prima, i signori del pizzo controllavano anche quella.

Solo un palermitano - un palermitano e non un siciliano qualunque - può capire fino in fondo cosa è accaduto ieri, sabato 10 novembre 2007, in quel bellissimo teatro davanti al mercato della Vucciria. È stato l'inizio di una rivolta. È Palermo che sta provando a non morire soffocata dalla sua mafia. Una mafia che si sta velocemente trasformando, che è padrona quando può essere padrona ma non è più padrona sempre e ovunque.
 
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   In ricordo di Enzo Biagi. 9-8-1920 6-11-2007 Riduci
E' meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.

Enzo Biagi

 
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   I COSTI DELLA POLITICA. Solenni impegni, ma poi saltano i tagli Riduci

Altolà all'emendamento presentato da Massimo Villone. E spente le luci vengono meno gli impegni presi

Fausto Bertinotti andrà al prossimo congresso della Sinistra Europea, dov'è invitato non nel ruolo di presidente della Camera ma di comunista, con un volo di linea. Direte: embè? Ve l'immaginate se Angela Merkel avesse dato alle agenzie la notizia che era andata a Ischia, come ha fatto, con la Lufthansa? I tedeschi sarebbero saltati su: ci mancherebbe altro! Eppure ciò che altrove è scontato, da noi è finito in un dispaccio Apcom. Titolo: «Costi politica / Bertinotti a Praga senza volo di Stato». Sia chiaro: applausi. Meglio tardi che mai. Il presidente della Camera, la cui scelta di andare con l'aereo istituzionale anche in visita ai monaci del monte Athos, in vacanza in Normandia e perfino a una festa privata a Parigi aveva sollevato un mucchio di polemiche, ha fatto bene a tagliare con queste abitudini che, scrisse al Corriere, gli erano state «imposte dai servizi di sicurezza della Camera ». Resta tuttavia il tema: nei palazzi della politica si sono affermati negli anni tanti privilegi che perfino la scelta di prendere un volo di linea, come già capitò a Franco Marini quando fece visita al figlio a Edimburgo o a Tommaso Padoa- Schioppa, l'unico a essere andato spesso ai vertici internazionali con aerei low cost, viene considerata una notizia. Se non addirittura una notizia eccentrica.

 
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   ERA NECESSARIO??? Questa foto mostra la visita del presidente americano George W. Bush al laboratorio di fisioterapia per i soldati mutilati durante la guerra in Iraq. http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/bush-mutilati/1.html Riduci
 
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   Cetto la Qualunque Riduci
 
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   Il discorso integrale di Walter Veltroni all'Assemblea Costituente Riduci
“Siamo giunti fin qui, si è aperta una porta di speranza”. Sono parole che vengono dalla rivoluzione democratica inglese, e mi paiono particolarmente adatte a una giornata straordinaria come questa.

Siamo giunti fin qui: finalmente i democratici, i riformisti italiani, hanno un partito. Una casa comune, grande e nuova. Il sogno che insieme a Romano Prodi abbiamo coltivato per così tanto tempo è diventato realtà. Con lui abbiamo camminato a lungo. Sono stati anni di lavoro e di impegno, che hanno messo alla prova la nostra fiducia e la nostra tenacia.

Ora si è aperta una porta, una porta di speranza: non solo per noi, ma per l’Italia, che da troppo tempo aspetta una politica adeguata ai suoi bisogni e alle sue ambizioni.

L’hanno spalancata, quella porta di speranza, i tre milioni e mezzo di italiani che il 14 ottobre hanno cercato il loro seggio elettorale, l’hanno raggiunto, non di rado a chilometri di distanza da casa, hanno fatto la fila per votare ed hanno versato chi un euro, chi di più, per finanziare questa grande impresa di innovazione politica.

Continua
 
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   Festeggia la nascita del Partito Democratico Riduci
Festeggia la Nascita del PartitoDemocratico
 
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   Il Valore della Cultura per la Crescita del Paese mercoledi 10 ott. Ingrandisci
 
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   Ogni tanto si ritira. Di Marco Travaglio Riduci
"Per cambiare dobbiamo trovare nuovi politici. Per questo, confermo che ho deciso di lasciare la politica, dopo questa esperienza da primo ministro. Solo i mandarini vogliono restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni".
(Giuliano Amato, subito dopo le dimissioni del suo primo governo, Ansa, 22 aprile 1993).

"Sono qui perché questo può servire a tirare la volata a gente giovane, perché la strada sia la loro. Ci servono giovani, enormemente. Questa è la mia ultima esperienza politica, non voglio cominciare altro come se fossi giovane".
(Giuliano Amato alla presentazione della candidatura di Walter Veltroni alla segreteria del Partito democratico, 11 settembre 2007).
 
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   Dini: «Non entro nel Partito democratico» Riduci
«La componente liberaldemocratica della Margherita non entrerà nel Partito democratico». Lo ha annunciato Lamberto Dini. L'ex primo ministro ha ufficializzato la nascita dei Liberaldemocratici, che resteranno nel centrosinistra continuando ad appoggiare il governo, al cui operato guarderanno però con attenzione. Oltre a Dini, nei Liberaldemocratici entrano i senatori Natale D'Amico, Salvatore Scalera (e forse Willer Bordon, Roberto Manzione e Domenico Fisichella), entrano inoltre la sottosegretaria alla Giustizia Daniela Melchiorri e Italo Tanoni. «La lotta tra Ds e Popolari ha schiacciato le altre identità politiche all'interno del nascente Partito democratico», ha detto l'ex governatore della Banca d'Italia. «Non cerchiamo posti e i presenti non saranno iscritti alle cosidette primarie anomale del 14 ottobre. Le chiamo anomale perché non si voterà per il candidato premier ma per liste predisposte dai partiti».
«Walter Veltroni è la persona più adatta a guidare il Partito democratico», ha aggiunto Dini. «Vogliamo essere sostenitori del Pd e saremo al suo fianco. Auguriamo al Pd di avere successo. Saremo a fianco al governo ogni qualvolta sarà in linea con le nostre richieste che mirano a superare il declino dell'Italia».
 
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   PARTITI, LISTE CIVICHE E LE 2 REALTA'. La dannata e faticosa democrazia tra il reale e il virtuale, di Vittorio Baroni Riduci
Le parole di Beppe Grillo stimolano e ha ragione, ma non del tutto. Per cambiare la politica bisogna entrarci dentro, vivere la situazione, starci in contatto... "mettere le mani in pasta", altrimenti è demagogia o protesta che non attecchisce, che non fertilizza un bel niente di niente. Ma le stesse parole (essere iscritti ai partiti è lo stesso che essere condannato) possono far male e lo dico ripercorrendo 7 anni di impegno nel governo dell'ultimo livello della Pubblica Amministrazione (Municipalità). Se Beppe Grillo va criticato è proprio sull'errore di fare di ogni erba un fascio e di mettere al muro i partiti. Fanno ancor più male se penso alla fatica di 16 anni di impegno in politica, dal Manifesto di Martinazzoli al Partito Popolare, i Popolari e poi ancora Margherita fino a vivere questa fase di transizione nella direzione del Partito Democratico. Far parte di un partito è davvero impegnativo, è un'esperienza politica difficile e complessa. Siamo realisti, come fa a governare una lista civica senza accordi? Come fa a prendere oltre il 50% dei voti? Ma tutto sembra semplificarsi grazie alle nuove tecnologie e alla possibilità di comunicare e informarci via web. Siamo immersi in un mondo digitale virtuale dove il locale, la concreta realtà, non riesce a darti la stessa immediata emozione di libertà che vivi in internet. Beppe Grillo ha unito la realtà degli spettacoli in piazza e del V-Day con quella del web, è stato il primo ad unire le due realtà. Le future civiche dovranno confrontarsi con la realtà che sarà impegnativa, faticosa, con riti e tempi differenti da quelli del web. Giungo allora a questa conclusione: cambiare la politica significa tener conto di due realtà, quella reale e quella virtuale del web. La prima è lenta, ha più massa e volume della seconda, mentre il virtuale è agile, diretto, veloce, repentino. Le caratteritiche del virtuale sono punti di forza ma anche di debolezza. La criticità sta nel rapido invecchiamento dei contenuti che devono essere rimpiazzati con celerità, altrimenti qualcosa d'altro ne prende il posto e in politica i vuoti si riempiono subito. Il nostro attuale sistema politico non si è ancora indirizzato a governare la nuova realtà virtuale, ci sta arrivando, ma sa benissimo come riempire i vuoti. Ho
conosciuto diverse esperienze di liste civiche, ma rare sono le testimonianze di persone soddisfatte. A parte le civiche del Trentino o dell'Alto Adige (hanno un fortissimo valore territoriale e, nel tempo, si sono addirittura evolute in partiti) conosco pochi uomini e donne che hanno avuto il coraggio, la forza e il consenso di mantenere la vocazione civica oltre agli interessi e ai conflitti. Anche nei partiti ci sono gli
interessi, ma è diverso, la lotta per il cambiamento la fai all'interno, alla luce del sole con i congressi. Certo, spesso non vincono le idee, ma il calcolo, la fredda logica dei numeri. Senza maggioranza assoluta ci sono gli
accordi, i compromessi, c'è la ricerca di copertura, di garanzie, di accordi, ma anche l'opportunismo. Questa è la democrazia, direi la dannata democrazia con la quale dobbiamo sempre e comunque fare i conti. Il popolo del V-Day è un fenomeno nuovo da non sottovalutare e sopravvalutare, ma promuovere le civiche senza riflettere sulla fatica della democrazia, significa rischiare di illudere o di aprire pericolosi varchi a qualcosa d'altro. Per questo non percepisco incoerenza tra vivere l'impegno politico dentro ad un partito e un'amministrazione pubblica e, nel contempo, condividere un'esperienza di innovazione politica importante come quella promossa da Grillo e che trova il suo principale punto di riferimento nel digitale. Comuni a 5 stelle è ad esempio un ottimo metodo per indurre al cambiamento. Mi piace perchè la filosofia è quella del principio Qualità, ovvero di qualcuno di esterno che certifica il valore. In questo caso va certificata la bontà dei comuni, cioè quel livello di amministrazione pubblica più vicino alla gente. Lancio una proposta: perchè, sui "5 punti qualità" non facciamo un monitoraggio tra gli oltre 40 comuni del territorio provinciale di Venezia e pubblichiamo i risultati come la goletta verde di Legambiente che assegna la bandiera delle acque? La forza di beppe Grillo sta in questo, ovvero sta nella libertà di pungolare e valutare al di sopra delle parti. Se diventa movimento politico, seppur lista civica, diventa automaticamente parte in quanto tale deve decidere la collocazione. Insomma, deve fare i conti con la democrazia, questa dannata democrazia.
 
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   MANIFESTO PER IL CLIMA Un New Deal per l'adattamento sostenibile e la sicurezza ambientale Conclusioni Conferenza Nazionale Cambiamenti Climatici Roma, 12 e 13 settembre 2007 Riduci

I cambiamenti climatici costituiscono un problema nazionale. Le strategie per contrastarli vanno considerate prioritarie per l'iniziativa del Governo e per l'integrazione delle azioni di riduzione delle emissioni di gas serra e delle azioni di adattamento sostenibile nelle politiche sociali, economiche, finanziarie, agricole e territoriali. Queste azioni possono e devono rappresentare anche un importante volano per l'occupazione. La sicurezza, il benessere e la qualità della vita dei cittadini italiani di oggi e domani dipendono dalla salute del pianeta e del suo clima. Il Ministero dell'ambiente e per la Tutela del Territorio del mare entro il 2008 definirà una strategia nazionale per l'adattamento sostenibile ai cambiamenti climatici e per la sicurezza del territorio.

1. In base ai risultati della conferenza nazionale, coerentemente con le strategie delineate in sede nazioni Unite (in particolare la convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici-UNFCC) e con quelle delineate in sede di Unione Europea, è necessario sviluppare politiche concrete di mitigazione dei cambiamenti climatici rispettando gli impegni assunti e lavorando nelle opportune sedi internazionali per piu' significative riduzioni dell'emissione di gas climalteranti, avviando contestualmente iniziative concrete a favore del risparmio, dell'efficienza energetica e dell'utilizzo di fonti rinnovabili sostenibili.

Si deve, innanzitutto, attuare il protocollo di Kyoto entro il 2012 e, nell'ambito della prossima rinegoziazione degli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti, procedere alle ulteriori riduzioni delle emissioni di gas serra indicate dall'Unione Europea, pari ad almeno il 20 per cento entro il 2020 (che auspichiamo diventi del 30 per cento come previsto dalla UE, nel quadro di un accordo globale) e al 60 per cento entro il 2050, coerentemente con le indicazioni dell'Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC).

2. E' necessario coordinare le misure di mitigazione con quelle di adattamento al cambiamento climatico, integrando da subito queste ultime nelle politiche settoriali di sviluppo economico, nella legislazione e nei programmi di finanziamento delle grandi opere, prevedendo azioni immediate di adattamento che possono già oggi essere avviate in Italia, a partire dalle politiche riguardanti:

  • La protezione degli ecosistemi e della biodiversità (terrestre e marina)
  • La gestione del suolo e delle coste;
  • La gestione delle risorse idriche;
  • La tutela sanitaria della popolazione
  • L'agricoltura e lo sviluppo rurale
  • L'industria e l'energia;
  • Il turismo.

In questo contesto assumono priorità la concreta attuazione di alcuni strumenti normativi, tra i quali:

a) la direttiva Quadro Acque 2000/60 (risorse idriche)

b) la Direttiva Habitat 92/43/CEE e Direttiva Uccelli 79/409/CEE (biodiversità)

c) la della Convenzione Internazionale per la protezione delle Alpi

d) il sistema contabilità nazionale ambientale (legge delega)

e il completamento del percorso di riforme delle norme sulla valutazione ambientale, soprattutto per quanto riguarda l'integrazione della Valutazione Ambientale Strategica nei nuovi piani.

3. E' necessaria la definizione immediata di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici , che veda impegnato l'intero Governo, le istituzioni locali e territoriali e le parti sociali, connesso e integrato con l'avvio o la concreta implementazione dei due piani previsti dalle due grandi Convenzioni internazionali;

  • Il piano nazionale per la biodiversità, con particolare riferimento al ripristino ecologico e alla deframmentazione;
  • Il piano nazionale di lotta alla siccità e alla desertificazione;

Inoltre, in un'ottica di piena sostenibilità ambientale, Il piano dovrà comprendere le migliori strategie di intervento per:

  • la difesa del suolo;
  • la gestione integrata delle coste;
  • l'adattamento del turismo in Italia;
  • la gestione delle risorse idriche;
  • un programma nazionale di partecipazione, informazione, sensibilizzazione dei cittadini sui cambiamenti climatici.

La complessità del tema dei cambiamenti del clima e delle sue interconnessioni con gli aspetti di sviluppo socio-economico nazionale e con gli aspetti internazionali (legati alel politiche europee e all'attuazione delle direttive comunitarie, così come alle politiche extraeuropee e alle relazioni internazionali), richiede che il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici sia coerente con le strategie di mitigazione e le iniziative di ricerca sui cambiamenti climatici e la formazione.

L'esigenza di sviluppare strategie e piani di adattamento ai diversi livelli territoriali richiede la disponibilità per le amministrazioni di tali ambiti, di dati, informazioni e documentazione, nonché la predisposizione di rapporti periodici sullo stato di attuazione delle iniziative. Per conseguire queste finalità è opportuno attribuire, sul modello tedesco, all'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici (APAT) le funzioni di centro di competenza sugli impatti e sull'adattamento ai cambiamenti climatici.

4. Devono inoltre essere promosse iniziative per assistere i paesi in via di sviluppo nella programmazione e nella attuazione di piani di adattamento sostenibile ai cambiamenti climatici anche al fine di prevenire squilibri sociali. Per favorire la sostenibilità nelle politiche di adattamento è opportuno proporre l'istituzione di un Fondo europeo di adattamento che possa supportare le iniziative di assistenza ai paesi in via di sviluppo, con particolare attenzione a quelli del bacino mediterraneo.

5. si auspica che gli impegni del governo italiano per integrare le logiche di adattamento ai cambiamenti climatici all'interno delle politiche generali e settoriali possano essere conseguiti entro un arco temporale di tre anni. Per monitorare i progressi, così come per adeguare le politiche al ritmo incalzante del mutamento climatico, si auspica la convocazione della Conferenza nazionale sull'adattamento ai cambiamenti climatici con una cadenza che segua almeno quella di rapporti dell'Ipcc e che preveda sessioni di aggiornamento.

 
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   Incontro dei Giovani Democratici con Veltroni e Franceschini a Padova. 12-09-2007 Riduci
 
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   Incontro dei Giovani Democratici con Veltroni e Franceschini a Padova. 12-09-2007 Riduci
 
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   La disoccupazione del sottosegretario Riduci
Ridimensionare il più grande governo di tutti i tempi, che con 26 ministri, 10 viceministri, 66 sottosegretari ha battuto il campione in carica, l’Andreotti VII, 102 a 101? Ripartire dopo le primarie democratiche (o dopo la Finanziaria, o entro la legislatura, o dopo la Comunione della nipotina di Prodi, si vedrà)? Magari con un esecutivo tosto e leggero (tipo Sarkozy) per rasserenare il Paese ormai preda dell’antipolitica? Trovare un posto a Fassino? Se ne parla da giorni. Sircana, portavoce di Prodi, ha detto «la questione rimpasto non esiste».
Rutelli, vicepremier di Prodi, ha dichiarato che «dopo le primarie dovremo porci il problema» (di Fassino). Di Pietro ha assicurato che «bastano quindici ministeri, e sono pronto a lasciare il mio». Cesare Salvi della sinistra non-Pd concorda sui 15, più 50 sottosegretari, però metà donne. Anna Finocchiaro, capogruppo ulivista al Senato, nota che «non sarebbe male dare un segnale di semplificazione della rappresentanza». E via così, in operosa concordia. Ma in effetti:
1) La nascita del Pd pone «problemi di riequilibrio». Non ci sono più Ds, Margherita e rispettive correnti, e bisognerebbe rifare i conti. In più, la Sinistra democratica vorrebbe un ministero importante; magari Lavoro eWelfare, ora spacchettati, da rimpacchettare. Insomma, anche ragionando con Cencelli più che con Beppe Grillo, una rimaneggiata andrebbe data. Certo, anche la maggioranza al Senato ha continui problemi di riequilibrio. Chissà se vale la pena rischiare.
2) Il risentimento anti-casta politica e pro-Vaffa Day di Grillo dilaga. Per questo i più attenti parlano di «dare un segnale». Purtroppo il governo Prodi ha una scarsa vocazione segnaletica. E se non ha segnalato bene finora (per scarsa coesione? Equilibri fragili? Disastri economici? Questioni caratteriali? Arroganze pregresse?) pare improbabile riesca in un super-segnale comemandare a casa, anzi mandarsi a casa per metà.
3) L’attuale governo condivide col resto del Paese gravi situazioni di precariato. Specie tra i sottosegretari: molti non erano stati eletti, alcuni senatori si sono dimessi. Con che cuore gli si potrà dire «scusate, è per via della semplificazione della rappresentanza, ve ne dovete andare?». È pur sempre gente che lavora, magari di mezza età, quindi difficile da ricollocare (non manifesterebbero davanti a palazzo Chigi coi precari dei call center, ma venderanno cara la pelle, è sicuro)...
4) E poi c’è Piero Fassino. Ha fatto una vita da mediano per costruire il Pd, e ora rischia di trovarsi senza incarichi. Aveva detto «farò il chierico» ma deve essersi reso conto che non è il tipo. Magari vorrebbe un posto da vicepremier lasciatogli da D’Alema, o da ministro dell’Economia invece di Padoa-Schioppa. Intanto, smentisce desideri di rimpasto. Intanto, già qualche maligno dice che potrebbe essere lui il membro numero 102 o 103 nel governo dei record; che non si senta precario, almeno lui.
Maria Laura Rodotà
 
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   Luttazzi: Beppe populista, fa flash mobbing Riduci
Hanno fatto parte tutti e due della nazionale censurati: Beppe Grillo dopo la storiella sui socialisti in Cina (Fantastico 7), Daniele Luttazzi per l’intervista a Marco Travaglio su Berlusconi (Satyricon). Hanno danzato a lungo sulla sottile linea rossa che divide la satira dall’impegno. Adesso — dopo l’8 settembre del vaffa... e la manifestazione di Bologna — le loro strade si separano. Daniele Luttazzi attacca Beppe Grillo. Critica nel merito il suo disegno di legge popolare, «fa acqua da tutte le parti». E lo accusa di fare «populismo», di «pensare che una legge possa risolvere la pochezza umana, e questa è demagogia».
Non c’è nemmeno una parola di apprezzamento nelle tre pagine che Luttazzi ha inviato al sito internet di Micromega. No al limite di due legislature proposto da Grillo perché «l’esperienza può essere utile». No al divieto di elezione per chi è condannato in appello perché «i gradi di giudizio sono tre e il problema è la lentezza della giustizia ». E no anche al terzo punto della legge d'iniziativa popolare, il più popolare persino fra i politici: quel ritorno al voto di preferenza che, secondo Luttazzi, in passato «non ha impedito ai partiti di far eleggere chi volevano né impedito di scegliere autentici filibustieri ».
Fin qui il merito. Ma le parole più appuntite devono ancora arrivare. E colpiscono proprio con quello stile alla David Letterman che Luttazzi ha portato a casa nostra: «Di Pietro aderisce alla sua iniziativa e Grillo dice che è uno per bene. Brrrrrr. Quindi chi non la pensa come Grillo non lo è? Populismo ». E ancora: «Se parli alla pancia, certo che riempi le piazze,manon è democrazia dal basso: è flash mobbing». Fino all’accusa di «ambiguità» perché «vuole ergersi a leader di un movimento politico, continuando a fare satira, un passo che Dario Fo non ha mai fatto ».
Con un invito finale che sa di sberleffo: «Scegli, Beppe! Magari nascesse il tuo partito. I tuoi spettacoli diventerebbero davvero dei comizi e nessuno dovrebbe pagare il biglietto. Oooops». Sembra esserci qualcosa di personale. Eforse c’è. Quando tempo fa Luttazzi aprì il suo blog dove parlava anche di politica in molti gli scrivevano per invitarlo ad «unire gli sforzi con Grillo», e dare insieme a lui una «lezione alla politica ».
Lui ha sempre declinato, preferendo rimanere in seconda linea. L’anno scorso a Padova, durante uno spettacolo di Luttazzi, i fan di Grillo invasero il palazzetto di volantini con la scritta wanted e le foto dei politici condannati. Luttazzi li fece togliere. Quello che teme è essere confuso e fuso con il comico genovese che, forse, in caso di alleanza gli ruberebbe la scena. Anche ieri Grillo è tornato a difendere la sua manifestazione: «Altro che antipolitica — ha scritto sul suo blog—quel popolo andrebbe ringraziato. È la valvola di sfogo di una pentola a pressione che potrebbe scoppiare. Un momento di tregua per riflettere sul futuro, un momento di democrazia ».
Poi cita un’altra persona che ha danzato a lungo su quella linea sottile che divide satira e impegno: «La libertà è partecipazione», Giorgio Gaber. Meglio la piazza che stare sopra un albero.
Lorenzo Salvia
 
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   I ragazzi anti-camorra di Seiano a Veltroni "Nelle liste del Pd fare i nomi dei clan " Riduci
SEIANO (NAPOLI) - O' sistema, come lo chiama Roberto Saviano, non è un'entità astratta, ma è fatto di facce, e soprattutto di nomi e cognomi. I ragazzi e le ragazze riuniti a Seiano, frazione di Vico Equense, nel Napoletano, credono che 'o sistema vada scardinato, se vogliono avere un futuro. E credono in Walter Veltroni, sostengono la sua candidatura alla leadership del Pd. Però dal sindaco di Roma pretendono un impegno preciso, contro la camorra. Non un impegno generico, di quelli che si sfuggono alla controprova dei fatti proprio per la loro genericità. No, dicono i giovani di Seiano, bisogna fare i nomi e i cognomi, bisogna mostrare la carta d'identità dei boss, e bisogna farlo alla luce del sole.

Tutte le liste che si presentano alle primarie in appoggio a Veltroni, spiegano i ragazzi della Sinistra giovanile e delle associazioni anti-camorra radunati al campeggio di Seiano, devono indicare, in Campania e nelle regioni dove è più forte il radicamento delle organizzazioni criminali, "uno slogan che ne sintetizzi il programma". Ma soprattutto "devono fare una dichiarazione diretta di contrasto ai clan, città per città, chiamandoli per nome". Ad esempio, nel collegio di Stabia, "devono indicare di essere contro i D'Alessandro, i Cesarano, gli Imparato, gli Omobono-Scarpa".

La Sinistra Giovanile e i movimenti anti-camorra si sono incontrati a Seiano dal 28 al 31 agosto, scegliendo un luogo simbolo della lotta alla criminalità, lo stesso campeggio in cui un'associazione dal nome veltroniano, l'I Care di Castellamare di Stabia, chiamò a raccolta centinaia di ragazzi da tutto il Paese nel 1992, l'anno di Tangentopoli, ma soprattutto della mafia che sfida lo Stato, fa saltare in aria Falcone e Borsellino. L'anno in cui tutto sembra perduto, con Antonino Caponnetto che a Palermo allarga le braccia in segno di resa, ma in cui quella stessa Palermo mostra i panni bianchi perché non ne più di tutto quel sangue. A quindici anni di distanza il sistema è ancora fortissimo, è un prisma a più facce fatto di "quartieri, imprese, pezzi di classe dirigente così presenti che finiscono con l'essere tollerati se non accettati". Il problema è che tra legalità e illegalità ci sono sempre cento passi di troppo, e che quasi nessuno ha il coraggio di compierli, per quieto vivere, o perché chi li compie rischia di finire ammazzato. Ecco perchè i giovani chiedono a Veltroni che le sue liste facciano i nomi. Perché i poteri criminali si contrastano così, con la dignità di rifiutare "quei voti", soprattutto là, dove "quei voti" sono tanti.
 
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   Sorpresa! Sarkozy chiama Bassanini. Riduci

...questa è proprio bellissima... dopo che per anni Berlusca si è sbracciato con la menata delle tre "I"; dopo che per anni il Cipria ha menato vanto per innovazioni (come la informatizzazione della pubblica amministrazione, l'introduzione della carta d'identità elettronica, la riduzione della circolazione di carta - tutti risultati ottenuti da Bassanini e dal governo precedente), Sarkozy deve modernizzare la pur avanzata amministrazione francese, e chi ti chiama? Lucio Stanca, Ministro Berlusconiano dell'Innovazione ed ex Deus-ex-machina della IBM?

Macchè... chiama prima il comunista Franco Bassanini, e poi Mario Monti. Che figuraccia, Cavaliere!!! ed ora, dove si ficcherà le tre I?

(ANSA) - PARIGI, 24 AGO - Ci saranno due italiani nella commissione del governo francese, presieduta da Attali: dopo Bassanini, anche Monti ha dato il suo ok. La commissione, che avra' il compito di studiare delle soluzioni "pragmatiche" per "liberare" la crescita economica, sara' insediata il 30 agosto dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Attali ha chiamato a far parte della commissione sette "esperti" stranieri, tra cui l'ex commissario europeo e l'ex ministro italiano. 
 
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   L'Invenzione di un partito. Di Ernesto Galli Della Loggia Riduci
Dispiace per tanti illustri politologi e osservatori che qualche tempo fa avevano sentenziato il contrario e ancora ieri lo ribadivano, ma la verità rivelata per l'ennesima volta dall'ultima mossa di Berlusconi è sotto gli occhi di tutti: Forza Italia era un partito di plastica, e di plastica è rimasto, nel senso che non ci sono iscritti, quadri, parlamentari, consiglieri comunali o regionali, non ci sono organi, non c'è discussione, non c'è nulla che conti qualcosa. C'è solo il capo, e il capo è lui per una sola ragione: perché ha le televisioni e un mucchio di soldi, e quindi paga tutto e ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali. Chi non crede che sia così provi a dire dove altro sarebbe possibile che il presidente di un partito ne fondi più o meno di nascosto un altro senza dire niente a nessuno e scegliendo, per gestirlo, una persona di sua esclusiva fiducia più o meno come un sultano sceglie la favorita. Certo, nessuno dei cosiddetti dirigenti di Forza Italia è autorizzato a protestare: chiamati a suo tempo a far parte dell'harem dovrebbero conoscere come funziona il meccanismo. Ma per l'appunto un harem non è un partito. Eppure, dicono molti, la mossa di dare vita al «Partito della Libertà» e di affidarlo all'immagine ammiccante di Michela Vittoria Brambilla potrebbe rivelarsi elettoralmente azzeccata. Addirittura Lucia Annunziata, sulla Stampa, ha attribuito quella mossa a una specie di estro futurista, a «una vitalissima reazione alla Sconfitta, al Tempo, e dunque alla Morte», che avrebbero fatto capire al Cavaliere che sarebbe giunto il momento di distruggere la sua stessa creatura e di farne nascere una nuova. Osservo sommessamente che nell' Italia del 2007 non c'è davvero bisogno di essere Marinetti o di possedere un fiuto particolare per capire che la gente non ne può più di un certo tipo di politica e di politici.
Il che però non fa che riproporre la questione del partito di plastica, dal momento che non si vede proprio come anche il nuovo «Partito della Libertà » potrebbe non esserlo. Non è vero, infatti, che l'unica distinzione sensata è quella tra partiti che prendono i voti e quelli che non li prendono. Un partito di plastica può anche incontrare per mille ragioni il favore dell'elettorato e prendere un sacco di voti (si pensi a quanti ne prese a suo tempo l'«Uomo Qualunque») ma è a questo punto che scatta la distinzione davvero capitale, che è quella tra partiti che con i voti presi riescono a farci qualcosa e quelli che invece riescono a farci poco o nulla. E' permesso ricordare qual è stata la prova politico-programmatica che Forza Italia insieme alla Casa delle Libertà è riuscita a dare nella passata legislatura nonostante disponesse di una maggioranza parlamentare enorme? E' permesso ricordare qual è stata in quei cinque anni la qualità, o meglio l'inconsistenza, sia della maggior parte dei suoi ministri sia della leadership del suo capo? Quando si parla di plastica è di questo che si parla. La verità è che la mossa di Berlusconi è un tentativo di uscire dall'impasse in cui il centrodestra si trova dalla sconfitta dell' anno scorso, ma evitando di affrontare qualunque nodo politico (a cominciare dal nodo delle ragioni della sconfitta per finire con quello del rapporto con gli altri partner dello schieramento) e puntando invece tutto su una soluzione organizzativa: inventandosi un nuovo partito. E' fin troppo ovvio però che è una soluzione destinata a non risolvere niente: in un modo o nell'altro, possiamo esserne sicuri, Niccolò Machiavelli si farà beffe anche di Michela Vittoria Brambilla.
23 agosto 2007
 
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   Quelli che ben pensano_Frankie Hi NRG_La Morte dei Miracoli (1997) Riduci
Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo, il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere - e non far partecipare nessun altro - nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro : niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili. Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti, sono replicanti, sono tutti identici, guardali : stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere. Come lucertole s'arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano. Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno: spendono, spandono e sono quel che hanno...

Sono intorno a me ma non parlano con me... Sono come me ma si sentono meglio...

.. e come le supposte abitano in blisters full-optional, con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse Disneyland, vivon col timore di poter sembrare poveri : quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono : parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo.. Sono quelli che di sabato lavano automobili che alla sera sfrecciano tra l'asfalto e i pargoli, medi come i ceti cui appartengono, terra-terra come i missili cui assomigliano. Tiratissimi, s'infarinano, s'alcolizzano e poi s'impastano su un albero - boom! - Nasi bianchi come Fruit of the Loom che diventano più rossi d'un livello di Doom..

Ognun per se, Dio per se, mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica - mani ipocrite - mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà cosa pensano - si scandalizzano - Mani che poi firman petizioni per lo sgombero, mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli, che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli. Quelli che la notte non si può girare più, quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv, che fanno i boss, che compran Class, che son sofisticati da chiamare i NAS, incubi di plastica che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara ma l'unica che accendono è quella che da loro l'elemosina ogni sera, quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera..

 
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   iMille nel Nordest. Di Lucio Scarpa Riduci
Bella giornata per iMille del Nordest.
Qualcuno ha preferito la spiaggia al caldo torrido padovano, ma si è capito che in zona il primo mese di attività inizia già a dare frutti interessanti.

Vedersi di persona ha dato il calore che mancava a una collaborazione nata principalmente su internet. Dopo innumerevoli contatti e discussioni fra noi, avvenuto per mezzo di blog, mail, skype... vedersi in faccia e parlare di persona ci ha dato la possibilità di rinforzare un legame che era già solido.

Dopo una mezzora di introduzione in cui si sono approfonditi idee e obiettivi de iMille, si è iniziato a parlare in concreto di come sviluppare e radicare l'organizzazione territoriale nel Nordest.
Primo obiettivo sarà strutturarci per province e far conoscere la nostra presenza anche, e soprattutto, a livello locale. Oggi era fondamentale vederci e conoscerci di persona, ma per il futuro si lavorerà più intensamente a livello cittadino.

All'incontro hanno partecipato anche rappresentanti dell'APD e della Sinistra Giovanile di Padova, dei Giovani Democratici di Venezia e della Sinistra Giovanile di Treviso.
Con loro si è parlato della possibilità di collaborare in vista della presentazione delle liste, ma soprattutto delle idee che abbiamo in comune e di come vogliamo portarle avanti all'interno del PD, dopo il 14 ottobre.

iMille hanno un principio; rimanere aperti. Vogliamo un PD laico, moderno, democratico e di sinistra e siamo apertissimi a dialogare con chiunque condivida questa nostra visione.
Su queste basi e quelle più dettagliate dei nostri programmi siamo apertissimi a collaborare con realtà già esistenti.
 
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   Postiamo il video dei candidati leader al Partito Democratico, nella speranza che anche gli altri competitori sfruttino maggiormente le potenzialità del web! Riduci



 
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   MESTRE, 2 AGOSTO 2007 Riduci

Quello che segue è il testo integrale di un volantino diramato oggi in piazza a Spinea.

FILT CGIL ADL COBAS VENEZIA

La PAM, il grande colosso dei Supermercati, lascia senza lavoro da un giorno all’altro 42 lavoratori della COOP. New Long che operano nel deposito di Spinea.


La merce viene semplicemente spostata da Milano a Bologna e praticamente siamo alla chiusura del deposito, risultato?

La città di Spinea perde 42 posti di lavoro e 42 famiglie sprofondano nel dramma della disoccupazione.

Questi lavoratori, la maggior parte extracomunitari, rischiano perdendo il lavoro, anche di vedere compromessa la loro presenza in Italia.

Questi lavoratori che rispettano le leggi Italiane, pagano le tasse del nostro Paese, mandano i figli nelle nostre scuola, spendono i loro soldi nei negozi di Spinea, pagano affitti delle loro case e quando possono accendono onerosi mutui per comprarle, perché hanno la speranza di vivere stabilmente nel nostro paese chiedono una cosa sola: lavorare regolarmente, vale a dire con un contratto nazionale di lavoro e la previdenza prevista dalla legislazione vigente.

Insomma cose minime elementari che dovrebbero essere scontate in un paese civile.

E l’Italia e la città di Spinea sono posti civili, ma non sembrano esserlo la PAM e la società di gestione FILOG, che non intervengono da anni, anche se nel deposito di Spinea la varie cooperative che si sono succedute (ben 6 in otto anni) hanno sempre trattato i lavoratori in modo irregolare.

Lavoratori che sono stati sfruttati e le cooperative, per cui lavoravano, mal pagate da FILOG e PAM, sono state costrette a scappare via.

Perché questo è il cuore di questa triste vicenda: PAM e FILOG pagano male le cooperative e di conseguenza le cooperative pagano male i lavoratori.

CITTADINI è giusto che sappiate che dietro ai bei prodotti del Gruppo PAM, che comprende anche altri supermercati, si nasconde anche lo sfruttamento dei lavoratori, che quando “osano” chiedere i loro diritti vengono licenziati.

CITTADINI vi invitiamo a solidarizzare completamente con questi lavoratori, aiutandoli nella loro giusta vertenza per il diritto ad un posto di lavoro onesto.

VI INVITIAMO DUNQUE A NON COMPRARE PER QUESTO PERIODO NEI NEGOZI DEL GRUPPO PAM. I prodotti hanno un costo sul mercato che si giustifica se dietro c’è qualità. Se invece c’è sfruttamento questo costo non ha senso anzi assomiglia ad un imbroglio.

 

TUTTI DEVONO SAPERE CHE PUR CONVOCATI DAL PREFETTO PER RISOLVERE LA VERTENZA, PAM E FILOG NON SI SONO NEPPURE PRESENTATE!
VERGOGNA!

 

CITTADINI, fate sentire al gruppo PAM che non siete d’accordo che altri cittadini lavoratori vengano sfruttati e poi licenziati. Informeremo l’opinione pubblica sullo sviluppo della vertenza dei 42 lavoratori del deposito PAM di Spinea.

SIAMO CONVINTI CHE LA CITTADINANZA DI SPINEA E LE ISTITUZIONI LOCALI NON PERMETTERANNO CHE NEL LORO TERRITORIO SI COMPIA UNA PALESE INGIUSTIZIA NEI CONFRONTI DELLA PARTE PIU’ DEBOLE DEL MONDO DEL LAVORO.

                                       Segreterie FILT CGIL e ADL COBAS VENEZIA

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Sappiate. Pubblicate. Diffondete.

 

 

 
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   Salva due bimbi e annega. Dai genitori neppure un grazie Riduci
JESOLO - È annegato, risucchiato dalla corrente alla foce del Piave. Portato chissà dove dall'acqua del fiume che in quel punto, a Cortellazzo (Jesolo), incontra il mare. Ieri mattina attorno alle 12, è scomparso in un attimo Dragan Cigan di 31 anni, cittadino bosniaco, manovale a San Martino di Lupari - in provincia di Padova -, che poco prima si era tuffato in mare assieme ad un altro extracomunitario marocchino H. R. di 35 anni, per soccorrere due fratellini di sette e dieci anni , arrivati al mare con mamma e papà da Roncade (Treviso), che stavano per annegare. Alla fine i bimbi se la sono cavata, mentre Dragan non ce l'ha fatta. Ha lottato con tutte le sue forze ma un'onda se l'è portato via e non è più riuscito a guadagnare terra.

Il marocchino che con lui si era tuffato è riuscito a raggiungere la riva, tirato su a braccia dagli altri bagnanti che nel frattempo si erano mobilitati per dare una mano. A quanto pare però, non i genitori dei bimbi che non appena hanno riabbracciato i figli, se ne sono andati suscitando l'indignazione degli altri bagnanti. Hanno lasciato la spiaggia senza aspettare l'esito delle ricerche dell'uomo che ha salvato i loro figli. Senza curarsi della disperazione della sorella e degli altri familiari di Dragan, che in Bosnia aveva una moglie e due figli di 4 e 9 anni. Una coppia di Vittorio Veneto è fuori di sé per quanto ha visto: "Ci siamo vergognati di essere italiani quando abbiamo visto i genitori dei bimbi di Roncade salvati andarsene senza neppure avvicinarsi a confortare i familiari dell'uomo annegato e senza ringraziare quel marocchino". E aggiungono: "Non credevamo ai nostri occhi. Un comportamento inqualificabile".
E pensare che Dragan e H. R. non appena hanno visto i bimbi in difficoltà, senza conoscersi, senza parlare la stessa lingua, non hanno perso un momento. E' bastato uno sguardo d'intesa e si sono buttati in acqua. In quel momento la spiaggia era affollata di bagnanti, ma solo loro si sono tuffati nel disperato tentativo di trarre in salvo i bimbi. La corrente in quel punto è fortissima, i due giovani hanno speso tutte le energie per cercare di salvarli. La riva era lì a due passi, ma sembrava irraggiungibile. Intanto a terra montava l'angoscia. All'apprensione per i due fratellini si aggiungeva l'ansia per Dragan che non ce la faceva più a lottare contro la corrente. Zurica la sorella del manovale bosniaco iniziava a urlare disperata. Con lei c'erano il marito e il figlio. Sono stati minuti drammatici con la famiglia di Roncade che nel frattempo si allontanava. Poco dopo è stata rintracciata dalla polizia di Jesolo che l'ha accompagnata in commissariato per ricostruire la vicenda.
 
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Inviato da: staffGD
martedì 10 luglio 2007

Come era facile prevedere, Pierluigi Bersani non sarà candidato contro Veltroni nelle fatidiche primarie del Partito democratico. Il suo ritiro è dettato da ragioni di opportunità, secondo una logica vecchio stampo che ha poco da spartire con la retorica del «partito americano» in procinto di vedere la luce. Colpiscono, sotto questo profilo, non tanto le spiegazioni del ministro diessino, quanto le felicitazioni di Fassino: «Ha prevalso lo spirito unitario». La stessa formula che si applicava in passato ai giochi di corrente, dopo che si era chiuso l' accordo.E poi:cosa vuol dire essere«unitari » in tempi di primarie? Hillary Clinton, Obama, Edwards e gli altri concorrenti democratici alla Casa Bianca sono a loro modo uniti, ma lo diventano solo dopo (e non prima) essersi confrontati l'un l'altro in modi anche aspri. Lo diventano per battere il candidato repubblicano, attraverso una leadership scelta dal popolo.
Invece da noi sopravvive lo «spirito unitario » come valore assoluto, coltivato nella penombra delle segreterie di partito. A proposito, quale partito? I Ds ufficialmente sono in via di scioglimento e il nome di Veltroni dovrebbe esprimere quanto di più trasversale e post-partitico sia possibile legare al nuovo soggetto. Ma Fassino sembra alludere con soddisfazione al senso «unitario » dei Ds, capaci di sostenere senza falle la candidatura decisa dal vertice. È una logica che lascia un po' perplessi. Chi conta di più, i Ds o il Partito democratico?
In ogni caso, la rinuncia di Bersani ci priva di un bel duello, in cui ogni concorrente avrebbe dovuto tirar fuori il meglio e proporre la propria visione in termini abbastanza concreti. Intendiamoci: Veltroni finora è stato abile e ha tracciato le grandi linee di un percorso riformista. Proprio per questo avrebbe dovuto essere il primo ad augurarsi il confronto con Bersani e con altri ancora. Invece ha chiesto che nessuno scendesse in campo «se non per sostenere una linea programmatica alternativa». Il che è legittimo, ma seppellisce la filosofia delle primarie. Che non può andar d'accordo con lo «spirito unitario».
C'è poco da stupirsi se Arturo Parisi non si dà pace per la mancanza di concorrenza interna. Il «partito americano» di cui ci si compiace a parole è molto lontano nei fatti. E non basta evocare il nome di Veltroni per saldare d'incanto il circuito interrotto fra la politica e il popolo. Questo il sindaco di Roma lo sa bene; come sa che il suo nome è il migliore, ma subisce tutti i rischi del logoramento.
Prendiamo il caso del referendum. Ai promotori Veltroni ha espresso il suo sostegno alla campagna in corso, ma ha negato la sua firma personale (entro il 24 luglio dovranno essere raggiunte le 500mila adesioni). Ragioni di opportunità, per non turbare gli equilibri del partito nascente. Forse ci si potrebbe attendere qualcosa di più da un personaggio che ambisce a essere un leader e non semplicemente il garante di un assetto tattico. Il ruolo del sindaco di Roma dovrà essere realmente innovativo, nel linguaggio e nella sostanza. Pensare al capo del Partito democratico come a una sorta di segretario della vecchia Dc non avrebbe senso.
L'episodio non va drammatizzato, però ha un suo valore simbolico: da un lato Veltroni sostiene il referendum, dall'altro non firma. Sarebbe meglio che egli fosse più chiaro nelle sue scelte, comprese quelle in apparenza minori. Cedere troppo alle «ragioni di opportunità » potrebbe rivelarsi un errore.

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L'opportunità chiede: è conveniente?

La vana gloria chiede: è popolare?

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Inviato da: staffGD
martedì 10 luglio 2007

Come era facile prevedere, Pierluigi Bersani non sarà candidato contro Veltroni nelle fatidiche primarie del Partito democratico. Il suo ritiro è dettato da ragioni di opportunità, secondo una logica vecchio stampo che ha poco da spartire con la retorica del «partito americano» in procinto di vedere la luce. Colpiscono, sotto questo profilo, non tanto le spiegazioni del ministro diessino, quanto le felicitazioni di Fassino: «Ha prevalso lo spirito unitario». La stessa formula che si applicava in passato ai giochi di corrente, dopo che si era chiuso l' accordo.E poi:cosa vuol dire essere«unitari » in tempi di primarie? Hillary Clinton, Obama, Edwards e gli altri concorrenti democratici alla Casa Bianca sono a loro modo uniti, ma lo diventano solo dopo (e non prima) essersi confrontati l'un l'altro in modi anche aspri. Lo diventano per battere il candidato repubblicano, attraverso una leadership scelta dal popolo.
Invece da noi sopravvive lo «spirito unitario » come valore assoluto, coltivato nella penombra delle segreterie di partito. A proposito, quale partito? I Ds ufficialmente sono in via di scioglimento e il nome di Veltroni dovrebbe esprimere quanto di più trasversale e post-partitico sia possibile legare al nuovo soggetto. Ma Fassino sembra alludere con soddisfazione al senso «unitario » dei Ds, capaci di sostenere senza falle la candidatura decisa dal vertice. È una logica che lascia un po' perplessi. Chi conta di più, i Ds o il Partito democratico?
In ogni caso, la rinuncia di Bersani ci priva di un bel duello, in cui ogni concorrente avrebbe dovuto tirar fuori il meglio e proporre la propria visione in termini abbastanza concreti. Intendiamoci: Veltroni finora è stato abile e ha tracciato le grandi linee di un percorso riformista. Proprio per questo avrebbe dovuto essere il primo ad augurarsi il confronto con Bersani e con altri ancora. Invece ha chiesto che nessuno scendesse in campo «se non per sostenere una linea programmatica alternativa». Il che è legittimo, ma seppellisce la filosofia delle primarie. Che non può andar d'accordo con lo «spirito unitario».
C'è poco da stupirsi se Arturo Parisi non si dà pace per la mancanza di concorrenza interna. Il «partito americano» di cui ci si compiace a parole è molto lontano nei fatti. E non basta evocare il nome di Veltroni per saldare d'incanto il circuito interrotto fra la politica e il popolo. Questo il sindaco di Roma lo sa bene; come sa che il suo nome è il migliore, ma subisce tutti i rischi del logoramento.
Prendiamo il caso del referendum. Ai promotori Veltroni ha espresso il suo sostegno alla campagna in corso, ma ha negato la sua firma personale (entro il 24 luglio dovranno essere raggiunte le 500mila adesioni). Ragioni di opportunità, per non turbare gli equilibri del partito nascente. Forse ci si potrebbe attendere qualcosa di più da un personaggio che ambisce a essere un leader e non semplicemente il garante di un assetto tattico. Il ruolo del sindaco di Roma dovrà essere realmente innovativo, nel linguaggio e nella sostanza. Pensare al capo del Partito democratico come a una sorta di segretario della vecchia Dc non avrebbe senso.
L'episodio non va drammatizzato, però ha un suo valore simbolico: da un lato Veltroni sostiene il referendum, dall'altro non firma. Sarebbe meglio che egli fosse più chiaro nelle sue scelte, comprese quelle in apparenza minori. Cedere troppo alle «ragioni di opportunità » potrebbe rivelarsi un errore.

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