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Primarie Giovani Democratici rinviate al 21 novembre
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Le primarie dei Giovani Democratici vengono posticipate al 21 novembre per dar tempo ai candidati di condurre una campagna adeguata e al Partito per dare sufficiente pubblicità all'evento.
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17 e 18 ottobre primarie dei GD: i candidati
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Saranno in quattro a sifdarsi per la carica di Segretario Nazionale dei Giovani Democratici venerdì 17 e sabato 18 ottobre. I candidati sono: Fausto Raciti, Dario Marini, Giulia Innocenzi, Salvatore Bruno. Alcune informazioni: - Fausto Raciti è il segretario uscente della Sinistra Giovanile, 24 anni di Acireale, ma trasferito a Roma; - Dario Marini è un candidato outsider di Palazzolo sull'Oglio (BS), ha 27 anni, laureato in Scienze Politiche a Padova e specializzando alla Cattolica di Milano, - Giulia Innocenzi è una candidata outsider riminese dei Radicali, ha 24 anni e studia Scienze Politiche alla LUISS di Roma, - Salvatore Bruno, purtroppo di lui non ho alcuna informazione ad ora. Noi sosteniamo Dario Marini, candidato outsider che ha lottato contro il tempo e contando solo sulle forze degli amici e dei contatti su facebook per raccogliere le firme. Se anche voi supportate Dario e volete candidarvi nelle assemble regionali e nazionali, scrivete a segreteria@giovanidemocratici.it , fate in fretta, per la vostra raccolta delle firme c'è tempo fino a martedì! Di seguito riporto la dichiarazione di intenti di Dario Marini: DICHIARAZIONE DI INTENTI Per Dario Marini Segretario Nazionale dei Giovani Democratici Insieme, Possiamo Cambiare 1. Il nostro obiettivo è la credibilità. Vogliamo essere liberi e autonomi, vogliamo essere presenti nella società e protagonisti nelle idee. 2. Siamo qui per risolvere i problemi, affrontandoli senza preconcetti idelogici. 3. Riconosciamo di dover essere responsabili nei confronti della collettività. Qualche esempio: tutela dell’ambiente, istituzione del servizio civile obbligatorio, volontariato per biblioteche notturne, servizi agli anziani e ai diversamente abili. 4.Vogliamo una struttura federale incentrata sul principio di sussidiarietà. NO al centralismo democratico, SI alla territorialità e autonomia. 5.Dobbiamo guardare fuori dai recinti, perché noi siamo i giovani italiani che vivono nella società contemporanea. 6. Noi siamo il Pd del 2020, crediamo in un percorso formativo concreto, serio e critico. 7. Siamo per un’elaborazione di idee forti, alternative al centrodestra, coraggiose e in grado di sperimentare linguaggi e forme aggregative nuove. 8.Vogliamo studiare, viaggiare, progettare. Elaborare la globalizzazione e nuovi modelli di sicurezza sociale. 9.Vogliamo politiche sociali in grado di permettere a tutti i giovani, ragazzi e ragazze di poter uscire di casa a 18 anni e di progettare la propria vita in modo libero e indipendente. 10. Vogliamo un linguaggio nuovo, sperimentare un nuovo modo di essere giovani nel Partito Democratico.
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Primarie dei Giovani Democratici
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Cari amici, finalmente il momento tanto agognato è giunto, il 17 e 18 ottobre si svolgeranno le primarie per la scelta del segretario nazionale, dei segretari regionali e provinciali dei Giovani Democratici. Si è arrivati a questa occasione in maniera farraginosa, a tratti in maniera poco trasparente e democratica. Le proteste si sono fatte sentire, soprattutto in merito al regolamento. Polemiche a parte, bisogna fare in modo di partecipare in maniera massiccia per vivificare democraticamente queste elezioni portando alla ribalta espressioni, volti e personalità che possano incarnare il vero spirito del giovane democratico. Per regolamento e moduli potete visitare il sito del Partito Democratico. A presto ulteriori notizie.
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Un video sulla questione dei rifiuti
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Evoluzione
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21 Aprile 2008
Biodiesel e morti di fameClicca qui Il costo del grano, del riso, della
soia sta crescendo. Il valore delle azioni delle aziende che producono
biocarburanti aumenta. I campi producono etanolo al posto del
pane. Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le
macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia.
 Grafici aumento prezzo del cibo e della produzione di
biocarburanti (fonte FT)
Il biocarburante genera un surplus
azionario per le aziende dell’energia. L’assenza di cibo crea invece i
morti di fame. Un mondo senza morti di fame sarà un mondo
ecologico. Un primo mondo sviluppato senza la palla al piede delle Nazioni in
via di sviluppo. Senza il secondo, il terzo e il quarto mondo. Una diminuzione
demografica è necessaria per lo sviluppo del PIL. Meno bocche da sfamare e più
energia per tutti. La rivolta del pane e l’assalto ai forni stanno ritornando di
moda. I poveri non vogliono morire di fame in silenzio. Sono i soliti no
global. Molti Paesi hanno imposto restrizioni all’esportazione di prodotti
agricoli. L’Argentina, l’Egitto, l’Ucraina. L’erba del vicino,
se è più verde, se la tiene lui. In 30 Stati ci sono stati
disordini per l’aumento del prezzo dei cereali. Di solito domanda e offerta
hanno lo stesso andamento. Per i cereali non è così. Negli ultimi anni la
domanda è cresciuta dell’8%, il prezzo è aumentato del
50%. E’ la globalizzazione dei morti di fame. Al contadino
non far sapere quanto vale il biodiesel senza pere. Se lo sa,
lo vende a prezzo maggiorato. Se non lo sa, la multinazionale gli compra i
campi. Le nazioni più povere importano cereali per sfamarsi.
Se una parte della loro produzione è gestita dalle multinazionali dell’energia
il prezzo della fame sale insieme alla Borsa. Giro, giro tondo, cade il mondo,
cade la terra, salgono i dazi, cresce la fame, l’azione si
impenna. Tutti giù per terra.
Post precedente: "Fidel e il futuro del mondo"
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Festa Chiusura Campagna Elettorale
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Caccia al Tesoro Democratica!! Sabato 29 Marzo vi aspettiamo tutti a Mestre!!
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I Giovani Democratici incontrano Veltroni a Mestre
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Giovani Democratici Provincia di Venezia
Comunicato Stampa del giorno 8
marzo 2008
In concomitanza con la visita a
Venezia-Mestre-Marghera del Segretario Nazionale del Partito Democratico Walter
Veltroni, il Coordinamento Provinciale dei Giovani Democratici di Venezia ha
organizzato un’iniziativa la quale includeva la consegna a Walter Veltroni di
una cesta contenente alcuni regali simbolici: una lampadina a basso consumo energetico; un volume rilegato contenente
la Costituzione della Repubblica italiana, la Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo ed il Manifesto di Ventotene; una scatola di preservativi;
una maschera protettiva ed un caschetto a simboleggiare la sicurezza sul
lavoro; mazzi di mimose. Inoltre, all’arrivo a Mestre di Walter Veltroni il
gruppo dei Giovani Democratici ha voluto omaggiare il Segretario Nazionale con
una maglietta che riporta sia la frase “Ghe ‘a podemo far” (traduzione veneta
del “Si può fare” della campagna elettorale) sia gli stemmi del Partito
Democratico e dei Giovani Democratici della provincia di Venezia.
Giovani Democratici
Coordinamento
Provinciale Venezia
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Giovani e vecchi
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Articolo di Roberto Cotroneo - L'Unità
E adesso con la partenza imminente della campagna elettorale, è
arrivato il momento di mettere in pratica il ricambio generazionale. I
primi a uscire allo scoperto erano stati dieci giorni fa Romano Prodi,
Luciano Violante e Giuliano Amato.
Tutti
e tre avevano dichiarato che non si sarebbero ricandidati. Lo hanno
detto chiaramente. E non tanto per obbligo, visto che tre personalità
di questo livello sarebbero rimaste fuori dalle regole o regolette che
imporrebbero un massimo di tre legislature. Ma perché hanno scelto di
non candidarsi anche se avrebbero potuto farlo.
E quindi il
valore della decisione assume un peso molto forte. E ha scelto di non
ricandidarsi, per un motivo diverso, anche Francesco Rutelli, che ora
corre per la poltrona di sindaco di Roma.
Nel frattempo Walter
Veltroni ha dato un segnale forte per le liste del Partito Democratico:
soprattutto scegliendo di non essere capolista. E mettendo come
capolista un giovane imprenditore, come Matteo Colaninno, classe 1970,
nella grande circoscrizione del nord est. Certo, non è tutto così
semplice.
Il Pd ora dovrà risolvere il caso Ciriaco De Mita.
Decisissimo a ottenere una candidatura vincente, nonostante i suoi 80
anni. Talmente deciso da aver minacciato una sua lista se il partito
non lo candiderà alle politiche. Un errore? Un braccio di ferro che
ricorda certi equilibri di potere della vecchia Dc? Certo, anche se il
nodo del rinnovamento di quelli che saranno chiamati a fare i
legislatori è un nodo molto difficile da sciogliere. Perché si presta a
una serie di luoghi comuni e di interpretazioni che possono anche
affondare malamente nel populismo.
L’Italia è l’unico paese in
Europa, e non soltanto in Europa, dove la politica è un mestiere per la
vita. Nessuno si è mai ritirato, in questi anni. Tutti i leader hanno
fatto politica per una vita intera e non si sono mai sognati di andare
in pensione. In generale l’Italia è un paese dove il cambio di classe
dirigente, che sia politica, che sia culturale, che sia
imprenditoriale, è rarissimo.
Altrove non è così. Altrove
esistono potenti che a un certo punto si mettono da parte e si ritirano
a vita privata. In Francia come in Spagna, a Londra come a Washington.
Tony Blair è stato capo del governo molto a lungo. Ma certo assai meno
di molti altri nostri politici. E oggi è un comune cittadino.
Da noi non è così. Sono tutti lì. E
persino un intelligente politico come Ciriaco De Mita ha ben poca
voglia di farsi da parte, nonostante gli 80 anni compiuti da poco.
Eppure
il rinnovamento della politica è un concetto sdrucciolevole e
pericoloso. Siamo proprio sicuri che andare verso il nuovo, lo scalare
delle generazioni, sia sempre e comunque qualcosa di positivo? Da un
certo punto di vista sì.
Violante ha ragione che devono governare e legiferare persone che hanno più vita davanti di quella che hanno già vissuto. Come ha ragione sul fatto che la politica sia un mestiere. E i mestieri si imparano con il tempo.
Ma
ha ragione anche Giovanni Sartori quando due anni fa criticava con una
certa perfidia tutte le ansie di modernità e di rinnovamento, facendo
notare che Carlo Azeglio Ciampi, con quel principio non avrebbe fatto
il presidente del consiglio, a suo tempo, e che molti uomini importanti
per le nostre istituzioni non avrebbero potuto dare un importante
contributo in politica.
Non aveva torto. Ovvio che è tutto un
gioco di distinguo e di equilibri. Ovvio che non si fa rinnovamento in
un modo così semplice, mettendo la matita rossa sotto i nomi che hanno
fatto i deputati e senatori per più di tre legislature. Dipende.
Dipende da come si fanno certe cose. Dipende da come si lavora. Dipende
dal modo in cui è concepito il mestiere di politico e di parlamentare.
Bisogna mandare avanti i giovani è uno slogan fantastico, in un paese
dove i giovani, francamente non contano nulla da nessuna parte. Non
contano nulla nelle aziende, non contano nulla nell’informazione, non
contano nulla ovunque. Forse neppure in parlamento, ma francamente
sarebbe anche l’ultimo dei problemi, questo.
Il primo dei
problemi è avere una classe dirigente seria e autorevole, al di fuori
dell’età e dei mandati. L’onorevole Cosimo Mele ha meno di 50 anni ed
era alla prima legislatura. Il senatore Nino Strano era soltanto alla
seconda legislatutura, il senatore dell’Udeur Tommaso Barbato alla
prima legislatura, così come anche il senatore Franco Turigliatto.
Va
da sé che sarebbe assai meglio avere Amato, Violante e Prodi seduti nei
seggi di Montecitorio o di Palazzo Madama, anche se hanno qualche
legislatura in più dei parlamentari appena citati.
Eppure una
cosa giusta nel ricambio generazionale c’è. Attuare il ricambio non è
una regola infallibile, anzi può essere persino una regola fallace. Ma
attuare il ricambio dimostra quanta volontà di progetto ha un paese.
Siamo diventati negli anni una gerontocrazia abbastanza insopportabile:
tutta lustrini, mostrine, medaglie, alamari. Con il tempo abbiamo tolto
ogni possibilità ai più giovani di contribuire al loro futuro e al
futuro dei loro figli.
Abbiamo lasciato che al posto dei più
giovani, investissero per il futuro dell’Italia anche degnissime
persone che però avevano troppi anni addosso per conservare
l’entusiasmo e la forza di andare fino in fondo nel rinnovamento della
politica e del paese. Il risultato è quello che si vede: non tanto un
paese vecchio, che non è un demerito, ma un paese con sarsità di idee.
E questo sì che è un difetto, e alla lunga un dramma.
Forza
Italia e il centro destra, con quadri dirigenti più fragili e incerti
non riusciranno a innovare più di tanto. Il centro sinistra, e
soprattutto il Partito democratico, ci stanno provando.
Altre
strade non ce ne sono. E quel passo indietro fatto da Prodi, Amato e
Violante, oltre ai giovani nel Partito Democratico non può che essere
un punto di partenza. Senza populismi, senza demagogia, e con molto
buonsenso.
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Kyoto fisso
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Il 16 febbraio ricorrerà l'anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto, per questa ragione riportiamo un'iniziativa, che riteniamo importantissima, di Filippo Silvestri. Riportiamo in calce. Per tutti i materiali visitate il sito del PD Veneto. | E’ un Kyoto fisso |
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“I
mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e
propria sfida. Dobbiamo convincerci tutti che l'aumento dell'effetto
serra causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia non
è un problema di astratta e accademica ecologia. I cambiamenti del
clima sono ormai un drammatico dato di fatto: fermarli non è solo un
dovere etico verso le future generazioni, è un interesse tremendamente
concreto di noi contemporanei. In cima alle priorità della politica e
dell'azione pubblica deve stare il futuro ambientale del nostro Paese e
dell'intero pianeta. Affrontare i cambiamenti climatici. Realizzare gli
obiettivi di Kyoto, e i successivi che sarà necessario darsi per
ridurre le emissioni. Potenziare le azioni di risparmio energetico.
Espandere l'uso delle fonti rinnovabili. Investire in dosi massicce
sulle infrastrutture e sulle tecnologie per la mobilità ecosostenibile.
Mettere l'apparato industriale e di ricerca italiano in linea con
quelli dei paesi che prima di noi hanno investito sulle nuove
tecnologie per l'ambiente.[…] Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo
che proponendosi di diventare politica generale, informatrice di ogni
scelta, rifiuta la logica del no a tutto […]Quello a cui pensiamo è
l'ambientalismo dei sì!”
W. Veltroni
Intervento al lingotto di Torino
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Noi
giovani non possiamo rimanere indifferenti a tale volontà di creare, in
un Italia nuova, una politica nuova, più attenta all’ambiente, più
volta al futuro delle nuove generazioni e alla parità delle opportunità
per le generazioni contemporanee di tutto il mondo. La sostenibilità e
l’ambiente dovranno diventare un importante patrimonio condiviso
all’interno del PD e soprattutto per i Giovani democratici. A
questo scopo proponiamo “è un Kyoto fisso”, un insieme di iniziative su
più livelli in occasione del 15 – 16 Febbraio, ricorrenza della firma
del protocollo di Kyoto.
In virtù della territorialità che dovrà essere un principio forte per
il nostro giovanile, un grande ruolo dovrà essere svolto da tutte le
provincie.
Ogni realtà potrà scegliere più livelli sui quali agire:
1 - Realizzazione di banchetti e gazebo nelle piazze delle città
capoluogo con diffusione e distribuzione di materiale informativo,
volantini, e la distribuzione di lampadine a basso consumo energetico.
2 - Assemblea aperta coinvolgendo le associazioni ambientalistiche,
Agenda 21, ed assessori all’ambiente comunali o provinciali della
provincia sul riscaldamento globale con proiezione di estratti del film
“una scomoda verità” e dibattito.
Data
la rilevanza del tema e la nostra necessità di essere presenti ed
incisivi sul territorio, dato che la tornata delle elezioni
amministrative in molte realtà si sta avvicinando e si prospettano a
mesi le elezioni politiche, vi invito a sostenere il più possibile tale
iniziativa. Nei prossimi giorni, non appena possibile, vi invierò
un po’ di materiale da poter stampare e distribuire. Invito, inoltre,
tutti i coordinamenti ad individuare un referente e, nel caso al loro
interno vi siano persone sensibili all’argomento, a segnalarmele per
poter costituire una piccola equipe che possa essere di supporto a
tutte le realtà provinciali.
Resto a disposizione per ulteriori informazioni ed eventuali contatti con le varie associazioni ambientaliste.
| Filippo Silvestri
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IL PD E LA SCELTA DI ANDARE SOLO. La costrizione provvidenziale. di Paolo Mieli
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La scelta del Partito democratico di presentarsi da solo alle
prossime elezioni politiche non va tenuta nel conto di un espediente. È
un fatto, certo, che se la coalizione di centrosinistra si fosse
riproposta tal quale si era presentata nel 2006, l'esito sarebbe stato
per lei disastroso. E questa catastrofe, va detto, si sarebbe avuta non
già per la prova del governo Prodi che, anzi, nelle condizioni date ha
offerto una prestazione di tutto rispetto. L'esito per il
centrosinistra sarebbe stato molto negativo proprio per le «condizioni
date» e cioè per la conclamata indisponibilità di micropartiti e
piccole correnti a farsi carico della logica di coalizione, ovvero del
rispetto del principio di maggioranza all'interno della coalizione
stessa. Walter Veltroni, dunque, non poteva presentarsi alla guida di
un partito legato a soci indisciplinati oltreché inaffidabili ed è
costretto, sì costretto a correre in solitudine.
Ma, a questo punto della storia della sinistra italiana, si tratta
di una costrizione provvidenziale che lo obbliga a tagliare con un
colpo netto un nodo che altrimenti sarebbe rimasto ancora a lungo
aggrovigliato. Di che cosa stiamo parlando? Dal 1861, dalla formazione
del nostro Stato unitario, anche prima della nascita e
dell'affermazione del Partito socialista, in Italia la sinistra di
governo fu quella di ex adepti del movimento garibaldino e mazziniano
(adepti di rango: Agostino Depretis, Giovanni Nicotera, Francesco
Crispi) che lasciavano dietro di sé nel territorio di provenienza, un
campo antisistema, parte consistente della loro legittimazione.
L'identità forte restava appannaggio dei loro compagni rimasti sul
terreno della radicalità: ai transfughi rimaneva un' identità
dimidiata, la necessità di attestare di continuo una qualche fedeltà
agli ideali di un tempo, l'obbligo morale di proporre misure in cui
credevano poco, solo per dimostrare al loro elettorato potenziale
rimasto fuori dal sistema di appartenere ancora a una stessa famiglia.
E per avere libertà di manovra nella complicata arte del governo toccò
loro, alla sinistra storica, persino di elevare a dottrina il
trasformismo (1882).
Le questioni legate alla figura del transfuga che si stacca dal
ceppo d'origine si proposero anche fuori dai nostri confini, ad esempio
per Alexandre Millerand, il primo socialista francese che nel 1899
entrò nel governo di difesa repubblicana presieduto da
Waldeck-Rousseau. Ma presto i socialisti di Francia vennero a capo di
questo problema, dopo appena quindici anni, allorché nel corso della
prima guerra mondiale — con Jules Guesde e Marcel Sebat in
rappresentanza dell'intero partito — entrarono nel governo (di grande
coalizione) presieduto da Viviani. In quegli stessi giorni i laburisti
inglesi facevano il loro ingresso nei gabinetti (anche questi di
coalizione) di Asquith e Lloyd George. E subito dopo la Grande guerra i
socialdemocratici tedeschi Ebert e Scheidemann guidarono i primi
governi della Repubblica di Weimar. In altre parole i socialisti
dell'Europa più avanzata già all'inizio del Novecento, prima o a
ridosso della Rivoluzione d'ottobre, si addossarono responsabilità
ministeriali dandosi — in conformità all'occasione — una salda identità
via via sempre più riformista.
Da noi le cose andarono diversamente. I primi socialisti che
andarono al governo, Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi nel 1916, lo
fecero anche loro da transfughi alla guida di una piccola formazione
scissionista che si era staccata dal Psi quattro anni prima. E dopo il
conflitto Filippo Turati, pur avendo capito fino in fondo che cosa si
dovesse fare, non riuscì a divincolarsi per portare il suo partito in
un gabinetto che grazie alla forza dei socialisti avrebbe potuto
sbarrare la strada al movimento mussoliniano. Poi fu il ventennio dei
fascismi e della stringente logica per cui i socialisti europei furono
costretti ad aderire ai fronti popolari, cioè all'alleanza con i
comunisti. Ma, finita la seconda guerra mondiale, i laburisti inglesi
di Attlee, i socialisti francesi di Guy Mollet e Ramadier, quelli
tedeschi di Schumacher ruppero subito con i comunisti staliniani
riprendendo con ciò la loro identità originaria e con essa la via del
governo. In Italia no. I socialisti nostrani ancorché (particolare non
irrilevante) nel 1946 fossero il primo partito della sinistra italiana
restarono, unici nell’Europa democratica, avvinghiati al Pci in un
legame frontista. Si staccò, è vero, nel 1947 Giuseppe Saragat ma il
suo piccolo partito socialdemocratico, come già era stato per Bonomi e
Bissolati, portò con sé una parte infinitesimale della sinistra che
pressoché al completo rimase egemonizzata dal Pci nel campo della
radicalità antisistema. E quando negli Anni Sessanta i socialisti di
Pietro Nenni andarono finalmente al governo, il grosso dell’elettorato
(con annessa l’identità vera della sinistra italiana) restò con il Pci
all’opposizione. Insomma qui in Italia non è mai accaduto che il
principale partito della sinistra si mettesse nelle condizioni di
candidarsi davvero a governare— con un programma coerente di riforme
coraggiose sì ma compatibili —al riparo da veti e intrusioni da parte
di entità politiche collocate su posizioni estreme. Mai.
L’unità nazionale (1976-1979) fu altra cosa e neanche l’Ulivo
prodiano — che pure è stato il progenitore del Partito democratico —
può essere considerato qualcosa di simile ai confratelli socialisti
europei che dall’inizio del secolo scorso hanno avuto (ed esercitato in
prima persona) responsabilità di governo. Se non altro perché l’Ulivo
non si è mai candidato a governare libero da ipoteche di sinistra.
Oggi, per la prima volta dopo centoquarantasette anni, questo accade
anche da noi. E grazie al fatto che Rifondazione mostra di aver ben
compreso — pur non facendolo proprio — il senso di questa evoluzione,
il divorzio della sinistra riformista da quella massimalista e
rivoluzionaria avviene in un clima che si può definire di separazione
consensuale.
Quello che sta accadendo al Partito democratico (sempre che Veltroni
riesca a tenere duro al cospetto delle irragionevoli obiezioni di
alcuni dei suoi) è qualcosa che va al di là di ciò che si deciderà il
13 e 14 aprile. Se il suo partito uscirà consacrato da un risultato
abbondantemente superiore al 30 per cento, anche in caso di sconfitta
potrà dispiegare una politica potente in grado di dare frutti molto
prima di quanto si pensi. È vero che la Casa delle libertà al nastro di
partenza per la corsa del 13 aprile ha maggiori e non immeritate
chances di vittoria ma è vero altresì che la coalizione berlusconiana è
in grande ritardo sulla via della formazione di un partito unico. E
questo, agli occhi di chi come noi ha a cuore la stabilità e la
funzionalità del sistema politico italiano, peserà. Silvio Berlusconi è
ancora in tempo per dare un’accelerazione a questo progetto che ha
sempre dichiarato essere il suo. Se lo facesse questa sarebbe una
seconda positiva sorpresa che darebbe un carattere storico a questa
campagna elettorale.
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La laicità del buonsenso e i laici della domenica. Di Alessandro Coccolo
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Recentemente, a Roma, un’alleanza di gruppi studenteschi e
professori ha creduto, in buona fede, che un buon modo di difendere la laicità
dello Stato italiano fosse impedire che in un’aula universitaria dell’Università
“La Sapienza”
risuonassero le parole (per loro totalmente non condivisibili) del Papa. Questo
evento mi ha fatto venire in mente le parole pronunciate in clima di piena
guerra civile da Abraham Lincoln: “Adopererò tutte le mie forze per combattere
contro i miei nemici, ma mi batterò anche con tutta la mia forza per consentire
ai miei avversari di esprimere le loro opinioni”. Le parole di Lincoln fanno
parte di quel patrimonio di espressioni particolari che per la loro profondità sono
sempre valide. Il senso è che in una democrazia la dialettica e lo scontro tra
idee differenti è un contenitore vuoto se non c’è reciprocità.
Adoperarsi a sostegno della propria visione delle cose non può
quindi prescindere dal rispetto per l’altro e per i suoi diritti, anche se irriducibile avversario. Perciò è in
errore chi pensa che la propria causa, anche se giusta, possa essere fatta
valere calpestando i diritti altrui. Senza contare che quest’ultimo, da quel
momento in poi, si sentirebbe del tutto autorizzato a comportarsi nello stesso
modo, con gravi ripercussioni sulla convivenza civile. Questa riflessione non è
solo una questione di metodo ma ha anche tantissimi risvolti concreti. Basti
pensare alle reazioni (per la verità, prevedibili) che i fatti di Roma hanno
suscitato: lunghe edizioni dei telegiornali costruite al solo scopo di martirizzare
la figura del Pontefice, folle riunite in San Pietro per gridare al complotto
anticristiano, fiammate di orgoglio papalino da parte di innumerevoli politici.
Ancora una volta la dimostrazione che anticlericalismo e clericalismo vivono e
sopravvivono in simbiosi.
Anche se nessuno può essere autorizzato a dispensare patenti di
laicità, un approccio autenticamente laico non può tuttavia prescindere da
almeno due elementi. Il primo, come abbiamo già fatto notare, è il rispetto di
base per le opinioni dell’altro, che non è ipocrisia ma significa riconoscere
che tutti siamo ugualmente liberi. Il secondo è la convinzione in base alla
quale la censura delle idee è inutile, dal momento che la libera circolazione
delle idee è l’unico modo per far emergere tra di esse le più sensate. I laici della domenica dell’Università “La Sapienza” non sono
evidentemente stati in grado di compiere questo ulteriore passaggio. Anzi,
sottoponendo il Papa a censura preventiva, hanno inoltre dimostrato un
fastidioso senso di superiorità proprio verso i loro concittadini, ritenuti
“facili prede” del discorso di Benedetto XVI e quindi non capaci di comprendere
gli innegabili punti deboli del suo ragionare.
Per concludere, non ci piacciono per niente queste manifestazioni
mirate a zittire il prossimo. Se davvero vogliamo costruire una laicità vera
nel nostro Paese è opportuno che molti facciano uno sforzo per ristabilire un
clima di serenità. Proprio come Lincoln, anche molti autoproclamatisi laici
italiani dovrebbero battersi con tutte le loro forze per consentire ai loro
avversari di esprimere liberamente le loro opinioni. L’auguro è quindi che Papa
Benedetto XVI accolga senza esitazioni l’invito a tenere un discorso
all’Università di Padova rivoltogli dal Governatore Galan. D’altronde, pochi
mesi fa il Presidente iraniano Ahmadinejad è stato invitato a tenere una relazione
alla Columbia University di New York. Non casualmente, il suo intervento (come
capo di un Paese che in cui le sorti del potere civile dipendono dall’influenza
delle autorità religiose) ha fatto cambiare idea anche a quei pochi americani
che fino a quel momento avevano difeso la sua condotta senza mai averlo sentito
parlare dal vivo.
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Veltroni: "Noi al voto da soli
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ORVIETO
- "Con qualsiasi sistema elettorale il Pd correrà da solo". Walter
Veltroni "sfida" Silvio Berlusconi. Davanti al nodo rappresentato dalla
legge elettorale il sindaco di Roma mette in chiaro le scelte future
del Pd: "Quale che sia il sistema elettorale alle elezioni correremo da
soli". Una scelta netta che Veltroni chiede anche a Berlusconi: "Abbia
lo stesso coraggio e dica quello che ho detto io: quale che sia la
legge elettorale andrà alle elezioni da sola". Non si nasconda il
Cavaliere. Riconosca che "con l'Udc, An e la Lega ci sono delle
differenze e abbia il coraggio di dire che, quale che sia la legge
elettorale, Forza Italia andrà ad elezioni da sola".
In attesa della risposta il sindaco di Roma spiega la scelta del
dialogo con il Cavaliere. E lo fa difendendo la sua decisione. "Senza
Berlusconi non si può fare una riforma" dice il leader del Pd. Una
scelta in cui più d'uno vede rischi. Pericoli legati ad una presunta
inaffidabilità politica del Cavalere. Ma Veltroni non torna indietro:
"Tanta gente mi dice di stare attento a Berlusconi. Io sto attento a
lui ma stare attento non significa rimettersi a fare quella cosa che al
momento strapperebbe tanti applausi, cioè fare le belle intemerate old
time".
Dice di non aver paura di un fallimento, il leader del Pd, di non
essere spaventato dalla possibilità di rimanere con il cerino acceso in
mano: "Preferisco essere tra quelli che rischiano di restare con il
cerino accesso rispetto a quelli che si mettono a riparo da ogni
rischio. Il dialogo è rischioso, ma bisogna continuare".

"Far saltare oggi il tavolo - conclude il leader del Pd- significa far
saltare non solo la legge elettorale ma anche le riforme istituzionali
che sono collegate fra di loro. Senza contare la necessità di
riordinare anche i regolamento parlamentare. Un'esigenza sollecitata
oggi da Quagliariello di Fi che io accolgo e rilancio".
Poi tocca ai rapporti con il governo. Alla replica a chi vede
nell'attivismo sulle riforme del Pd, "una minaccia per il
governo". Accusa che Veltroni rimanda al mittente: "Stiamo dando prova
di senso di responsabilità, di generosità. Ma il sistema va cambiato e
quello che si deve cercare di fare va fatto con questo Parlamento".
Salari. "La
questione dei salari è una priorità. E' un problema urgente da
risolvere, perchè lo vogliono gli italiani. Le sollecitazioni dei
sindacati sono giuste. Non si può aspettare fino a giugno" sottolinea
Veltroni. Che chiede alle forze politiche e al governo di concentrarsi
"sui problemi reali della gente" a cominciare dal rafforzamento del
potere d'acquisto delle famiglie.
Rifiuti. 'I
rifiuti sono le specchio di un Paese che non riesce a decidere perché
paralizzato da un sistema di veti, di condizionamenti e di ideologie
che lo bloccano". Il segretario del Pd vede nell' emergenza rifiuti uno
dei sintomi della crisi della democrazia italiana. Un ulteriore segnale
di come sia necessario uscire "da una stagione che ha portato l'Italia
ad essere bloccata". Di come biosgna "uscire da coalizioni forzose e
così eterogenee che ripropongono nei governi la logica dei veti e dei
condizionamenti che esistono in Italia". Un esempio? All'ultimo vertice
di maggioranza sui salari c'erano 38 presenti. "Un'anomalia" taglia
corto Veltroni.
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Gli operai di Torino
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TORINO - "Turno di notte vuol dire che monti alle 22. Sono
abituato. Quel mercoledì sera, il 5 dicembre, sono arrivato come sempre
un quarto d'ora prima, ho posato la macchina, ho preso lo zainetto e
sono entrato col mio tesserino: Pignalosa Giovanni, 37 anni, diplomato
ragioniere, operaio alla Thyssen-Krupp, rimpiazzo, cioè jolly, reparto
finitura. Salgo, guardo il lavoro che mi aspetta per la notte e vedo
che ho solo un rotolo da fare".
"Allora vado prima a trovare quelli della linea 5, devo dire una cosa
ad Antonio Boccuzzi, ma poi arrivano gli altri e si finisce per parlare
tutti insieme del solito problema. Il 30 settembre la nostra fabbrica
chiuderà, a febbraio si fermerà per prima proprio la 5, stiamo cercando
lavoro e non sappiamo dove trovarlo. Duecento se ne sono già andati, i
più esperti, i manutentori, molti alla Teksfor di Avigliana. Noi
mandiamo il curriculum in giro, con le domande. L'azienda se ne frega,
la città anche. Chiediamo agli amici, ai parenti operai che hanno un
posto. Chi può cerca altre cose, Toni "Ragno" dice che ha la patente
del camion e prova con le ditte di trasporti: gli piacerebbe, tanto
ogni giorno fa già adesso 75 chilometri per arrivare all'acciaieria e
75 per tornare a casa. Bruno ha deciso, il 29 chiude con la fabbrica e
apre un bar con Anna, Angelo ha provato a farsi trasferire alla Thyssen
di Terni, la casa madre, ma poi è tornato indietro per la famiglia.
Parliamo solo di questo, come tutte le notti, abbiamo il chiodo fisso.
E' brutto essere giovani e arrivare per ultimi. La Thyssen qui in giro
la chiamano la fabbrica dei ragazzi, perché dei 180 che siamo rimasti
il 90 per cento ha meno di trent'anni. Ma questo vuol dire che quando
tutt'attorno chiude la siderurgia e Torino non fa più un pezzo
d'acciaio che è uno, chi ti prende se sai fare solo quello? Eppure
siamo specializzati, superspecializzati, non puoi sostituirci con un
operaio qualsiasi che non abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per
capire come si lavora l'acciaio. E infatti ci pagano di più, uno del
quinto livello alla Fiat prende 1400 euro, qui con i turni disagiati,
la maggiorazione festiva, il domenicale arrivi a 1700 anche 1800 senza
straordinario. Non ti regalano niente, sia chiaro, perché lavori per
sei giorni e ne fai due di riposo, quindi ti capitano un sabato e
domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i cristiani. Ma la
siderurgia è così, lavoriamo divisi in squadre e quando smonta una
monta l'altra perché le macchine non si fermano, 24 ore su 24, questo è
l'acciaio. Che poi, se ci fermassimo noi si ferma l'Italia perché siamo
i primi, senza l'acciaio non si vive, dai lavandini all'ascensore, alle
monete, alle posate, siamo la base di tutta l'industria manifatturiera,
dal tondino per l'edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai
speciali. E quando parlo di acciaio intendo l'inox 18-10, cioè 18 di
cromo e 10 di nichel, roba che a Torino si fa soltanto più qui da noi,
che è come l'oro visto che il titanio viaggia a 35 euro al chilo e noi
facciamo rotoli da sei, settemila chili. Eppure tutto questo finirà,
sta proprio per finire, Torino resterà senza, siamo come le quote
latte. E' chiaro che ne parliamo tutte le sere, come si fa? Comunque, a
un certo punto, sarà mezzanotte e mezza, io saluto tutti, e dico che
vado a fare quel rotolo che mi aspetta. Salgo, e lì sotto comincia
l'inferno. E' una parola che si usa così, come un modo di dire. Ma
avete un'idea di com'è davvero l'inferno"?

Se a Torino chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero.
Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi
dei partigiani, andare oltre le tombe monumentali della "prima
ampliazione", girare a sinistra dove ci sono i nuovi loculi. Lì in
basso, come una catena di montaggio, hanno messo Antonio Schiavone, 36
anni (detto "Ragno" per un tatuaggio sul gomito), morto per primo la notte stessa,
Angelo Laurino, 43 anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32
anni. Subito sotto, Rosario Rodinò, 26 anni, che è morto dopo 13 giorni
con ustioni sul 95 per cento del corpo e Giuseppe Demasi,
anche lui 26 anni, ultimo dei sette a morire il 30 dicembre dopo 4
interventi chirurgici, una tracheotomia, tre rimozioni di cute con
innesti e una pelle nuova che doveva arrivare il 3 gennaio per il
trapianto, ed era in coltura al Niguarda di Milano. Ci sono i biglietti
dei bambini appesi con lo scotch, come quello di Noemi per Angelo, ci
sono le sciarpe della Juve, mazzi di fiori piccoli col nailon appannato
dall'umidità, un angelo azzurro disegnato da Sara per Roberto, quattro
figure colorate di rosso da un bambino per Giuseppe, tre Gesù dorati,
due lumini per terra. Attorno alle cinque tombe, una striscia azzurra
tracciata dal Comune le separa dagli altri loculi. E' un'idea del
sindaco Sergio Chiamparino e del suo vice Tom Dealessandri, una sera
che ragionavano sulla tragedia della Thyssen. Se tra un anno, cinque,
dieci, qualcuno vorrà ricordarla, parlarne, partire da quei morti per
discutere sulla sicurezza nel lavoro, ci vuole un posto, e non ci sarà
neppure più la fabbrica, non ci sarà più niente: mettiamoli insieme,
quelli che non hanno una tomba di famiglia; hanno lavorato insieme e
sono morti insieme. Quelle fotografie di ragazzi sono le uniche tra i
loculi, le altre sono di vecchi e dove non c'è la foto c'è la data:
1923, 1925, 1935, 1919, anche 1912. Intorno, un telone nasconde lo
scavo di una gru nel campo del cimitero, si sente solo il rumore in
mezzo ai fiori, ma c'è lavoro in corso. Siamo a Torino, dice un
guardiano, è la solita questione: lavoro, magari invisibile, ma lavoro.
"Dunque, ero da solo, con la gru in movimento. Il mio lavoro si può
fare così. Alla linea 5 invece il turno montante era completo.
Mancavano due operai, ma si sono fermati in straordinario Antonio
Boccuzzi e Antonio Schiavone, anche se avevano già fatto il loro turno,
dalle 14 alle 22. Quella tecnicamente è una linea tecnico-chimica per
trattare l'acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare.
Stiamo parlando di una bestia di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri,
alto come un vagone a due piani, e lì dentro l'acciaio viaggia a 25
metri al minuto se è spesso e a 60 metri se è sottile, per poi andare
nella vasca dell'acido solforico e cloridrico che gli toglie l'ossido
creato dalla cottura nel forno. La squadra di 5 operai sta nel pulpito,
come lo chiamiamo noi, una stanzetta col vetro e i comandi. Ci sono
anche il capoturno Rocco Marzo e Bruno Santino, addetto al trenino che
porta il rullo da una campata dello stabilimento all'altra. Manca poco
all'una. So com'è andata. Il nastro scorre a velocità bassa, sbanda, va
contro la carpenteria, lancia scintille, l'olio e la carta fanno da
innesco, c'è un principio di incendio. Loro pensano che sia
controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano,
provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d'olio
esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in
avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte.
Boccuzzi è proprio dietro un carrello elevatore per prendere un
manicotto, e quel muletto lo ripara salvandolo. Vede un'onda, sente la
vampa di calore che lo brucia per irradiazione, ma si salva. Gli altri
sono divorati mentre urlano e scappano. Piomba in finitura il gruista
della terza campata, corri mi dice, corri, è scoppiata la 5, sono tutti
morti. Non ci credo, ma si avvicina urlando, è bianco come uno straccio
e sta piangendo. Corro, torno indietro, metto in sicurezza la gru,
corro, non penso a niente, corro e li vedo".
I tre funerali sono diversi. Prima lo choc, il dolore, la paura. Poi la
rabbia. Egla Scola, che ha vent'anni e due figli di 17 mesi e tre anni,
in chiesa ha urlato verso la bara di Roberto: vieni a casa, adesso. La
madre di Angelo Laurino gli ha detto: ora aspettami. Il padre di Bruno
Santino, anche lui vecchio operaio Thyssen, l'abbiamo visto tutti in
televisione gridare bastardi e assassini, con la foto del figlio in
mano. Il giorno della sepoltura di Rocco Marzo, arriva la notizia che è
morto Rosario Rodinò, dopo quasi due settimane di agonia. Ciro
Argentino strappa la corona di fiori della Thyssen, i dirigenti
dell'azienda entrano in chiesa dalla sacrestia, se ne vanno dalla
stessa porta. Fuori ci sono soprattutto operai, in duomo come a Maria
Regina della Pace in corso Giulio Cesare, come nella chiesa operaia del
Santo Volto con la croce sopra la vecchia ciminiera trasformata in
campanile.
Attorno, il fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c'erano
una volta la Michelin Dora, la Teksid, i 13 mila delle Ferriere Fiat
dentro i capannoni della tragedia, poi venduti alla Finsider dell'Iri,
che negli anni Novanta ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude.
Sequestrata per la tragedia, con i cancelli chiusi e un albero
trasformato in altare ("ciao, non siamo schiavi", ha scritto un operaio
della carrozzeria Bertone), già adesso l'impianto della morte è uno
scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città finisce e comincia la
tangenziale, con le montagne piene di neve dritte davanti. La gente
conosce il posto perché lì c'è un autovelox famoso per sparare multe a
raffica.
Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non
sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c'erano trentamila
persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto
degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della
democrazia. Chi lavora l'acciaio sa di fare un mestiere pericoloso,
dice Luciano Gallino, sociologo dell'industria, perché macchine e
materiali che trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana,
con processi di fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono,
masse in movimento. C'è fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza,
senso di rischio, concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui
nell'acciaio non si possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire
le misure di sicurezza, non si può ricorrere allo straordinario con
tre, quattro ore oltre le otto normali. Invece l'Asl dice oggi di aver
accertato 116 violazioni alla Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso
anno avevano declassato la fabbrica proprio per mancanza di sicurezza,
portando la franchigia da 30 a 100 milioni all'anno. Per tornare alla
vecchia franchigia, bisognava fare interventi di prevenzione, tra cui
un sistema antincendio automatico proprio sulla linea 5, dal costo di
800 milioni. From Turin, ha risposto l'azienda, dopo che Torino avrà
chiuso.
"Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che aveva addosso la radio e il
telefono interno, bruciati nel primo secondo. Appare all'improvviso, al
passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi
sì: dal medico, quei tabelloni dov'è disegnato il corpo umano senza
pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce
muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non
parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo
chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. "Avvisa tu mia
moglie, Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far
preoccupare". Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è
più pelle, come una cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità
continua a saltarmi attorno, cosa facciamo? Mando via tutti quelli che
piangono, che urlano, che sono sotto choc e non servono, non aiutano.
Dico di non toccare Rocco, di scortarlo con la voce fuori: gli chiedo
se se la sente di seguire i compagni, di seguire la voce. Va via, lo
guardo mentre dondola e sembra cadere a ogni passo, mi sembra di
impazzire. Mi butto avanti, tutta la campata è piena di fumo nero,
bruciano i cavi di gomma, i tubi con l'acido, i manicotti. Vedo
Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e mi urla in
faccia: "Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio Schiavone è
vivo e sta bruciando lì per terra". In quel momento Schiavone urla nel
fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di
gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo, ma lui ripete come un matto:
"Il fuoco lo sta mangiando". Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e
mi sento chiamare: "Giovanni, Giovanni". Non ci credo, guardo meglio,
non si vede niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi
bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più
parlare, non sanno dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi.
Poi Demasi si muove, barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani
davanti, come se fosse preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo
chiamo, si volta, chiama Bruno. Guardo la loro pelle scivolata via, non
so cosa dire e loro mi cercano: "Giovanni, sei qui vicino? Guardaci,
guardaci la faccia: com'è? Cosa ci siamo fatti, Giovanni?"
Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo
erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro
Argentino e Peter Adamo, trent'anni: l'operaio ovviamente esiste, cazzo
se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo
sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella
testa della politica. Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della
Fiom, che nell'assemblea del Pd appena eletta a Torino non c'è nemmeno
un operaio? Che in tutto il Consiglio comunale ce n'è uno, perché il
sindacato si è trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista
operaia separata, supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che
l'invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane,
quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca,
fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è
rifiuto o disprezzo, aggiunge Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di
un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di te. Da bambino,
spiega, vedevo con mio padre al telegiornale le notizie sul contratto
dei metalmeccanici, "undici milioni di tute blu scendono in piazza",
adesso, non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno e otto? Il
sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla
modernità come a una sostituzione, l'immateriale, l'effimero al posto
del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la
complessità, la fine di una cosa con l'inizio dell'altra, sopravvivenze
importanti e novità salutari. "Chiampa" dice che lui non potrebbe
dimenticare gli operai, la sua famiglia viene dalla fabbrica, il figlio
di suo fratello ha la stessa età e fa il lavoro dei ragazzi della
Thyssen, però è vero che si lamenta perché i riformisti non usano più
quella parola, operaio. E tuttavia non si può tornare agli anni
Settanta.
E la città non è indifferente, non si può misurare il funerale operaio
col metro del funerale dell'Avvocato, in quel caso la partecipazione
era anche un modo di dire "io c'ero", mentre qui voleva dire "voi ci
siete". E poi, pensiamo sempre a Mirafiori, dove cresceva l'erba
sull'asfalto, tutto era abbandonato, e tutto è rinato. Il sindaco ha
aiutato Marchionne, l'amministratore delegato Fiat ha aiutato
Chiamparino. I due si vedono qualche sera per giocare a scopa col
vicesindaco e un ufficiale dei carabinieri, ma in pubblico si danno del
voi, perché questa è Torino. Anche se Marchionne voleva strappare, e
andare al funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per
paura che la sua presenza diventasse una specie di comizio silenzioso.
Ha radunato i suoi e ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può
sempre scoppiare, ma non per incuria verso la tua gente e il suo
lavoro. Mai, mettetemelo per scritto. Solo in Italia, spiega ancora
Marchionne, operaio diventa una brutta parola, nel mondo indica quelli
che fanno le cose, le producono.
E tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più
Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno
di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l'altra. Gli operai
della Thyssen, anche per la loro età, non hanno riti separati,
tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua
normalità. Dopo la fabbrica si incontrano indifferentemente alla Fiom o
al Mc Donald's di via Pianezza, Peter ha la moglie laureata e vede
tutta gente del suo giro, ai funerali hanno messo musica dei Negramaro,
hanno portato anche la maglia di Del Piero. Ma ti dicono che
l'invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la solitudine
portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li convince di
vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha contato
solo la cometa del Nordest, solo l'illusione del lavoro immateriale,
solo il consumatore e non il produttore, e persino la parola lavoro è
stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze,
professionalità. Questa fragilità - culturale? Politica? Sociale? - li
espone. Il cardinal Poletto, che ha fatto l'operaio da ragazzo (il
mattino in officina, il pomeriggio in canonica) ha detto ad ogni
funerale cose semplici ma solide perché autentiche: la città ha reagito
ma non basta, serve un sussulto, la ricerca sacrosanta del profitto non
può danneggiare la sicurezza o addirittura la vita di chi lavora. La
sinistra ha detto meno del cardinale.
"Nessuno sa cosa fare davanti a una cosa così. Due compagni di lavoro
carbonizzati, e ancora vivi. Uno ha preso due giacconi, glieli ha
buttati addosso. "Giovanni aiutaci - dicevano - portaci via". Ragazzi,
ho provato a rassicurarli, l'importante è che siate in piedi, io non so
se posso toccarvi, non posso prendervi per mano, ma vi portiamo fuori,
vi facciamo da battistrada. Due passi, e trovo per terra Rosario
Rodinò, Angelo Laurino e Roberto Scola. Statue di cera che si
sciolgono, l'olio che frigge, non c'è più niente, i baffi di Rocco, i
capelli di Robi, solo la voce. Mi accoccolo vicino a Laurino, gli
parlo. Si volta: "Dimmi che starai vicino ai miei". Scola ripete che ha
due figli piccoli, "non potete farmi morire". Rodinò sembra più calmo:
"Non pensare a me, io sto meglio, occupati di loro". Poi, quando
ritorno da lui mi chiede: "Come sono in faccia? Cosa vedi?" Arrivano i
pompieri, poco per volta li portano via. Un vigile mi dice che stanno
morendo, ma il fuoco gli ha mangiato le terminazioni nervose, per
questo resistono al dolore. Non so se è vero, non capisco più niente,
ho quei manichini davanti agli occhi. Prendo un pompiere per il bavero,
e gli urlo che Schiavone è ancora a terra da qualche parte, devono
salvarlo. Mi dice che lo hanno portato via e che devo andarmene, perché
il fumo sta divorando anche me. Stacchiamo la tensione a tutta la
linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dei gas, dell'elettricità.
Tutto si ferma alla ThyssenKrupp, probabilmente per sempre. Non ho più
niente da fare".
Al cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba. Un pacchetto di
Diana per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di
Antonio, una sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per
Rosario. Subito non capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più
le sigarette, ma i ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca.
Metterle lì, tra i fiori dei morti, è un modo per riconoscerli, per
renderli visibili.
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Giovani Democratici Vicenza
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Riportiamo dal sito del Partito Democratico Veneto:
Giovani, la provincia di Vicenza brucia tutte le altre province venete
sul tempo. Il 19 dicembre, infatti, è nato il coordinamento provinciale
dei Giovani Democratici vicentini, uno dei primi organismi di questo
tipo a vedere la luce in Italia.
Il coordinamento conta 11 membri dai 16 ai 25 anni, provenienti da
diverse esperienze politiche e culturali e da differenti aree
territoriali. Sono stati eletti coordinatori Giacomo Possamai, 17 anni,
ed Elisa Cavalli, 21.
L’incontro in cui è stata ufficializzata la nascita del
coordinamento è servito anche per definire la forma organizzativa del
nuovo soggetto giovanile e per tracciare i prossimi numerosi impegni
che sfoceranno nell’organizzazione a marzo delle primarie dei giovani.
«Vicenza è una delle prime province italiane a costituire i
Giovani Democratici - affermano Elisa e Giacomo – si tratta di un
segnale politico importante, perché significa che il progetto del
Partito Democratico sta già sortendo quegli effetti di avvicinamento
dei giovani al mondo della politica che tanto si erano fatti attendere,
e che rappresentano anche il miglior antidoto alle tante recenti
manifestazioni di antipolitica».
I Giovani Democratici, cogliendo le esigenze dei giovani di
comunicare in modo snello e rapido e di utilizzare le nuove tecnologie,
hanno creato il sito internet: http://giovanidemvic.altervista.org. Per
i contatti, è attivo l’indirizzo email giovanidemvic@gmail.com.
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LD leader della LdC. Le Bussole di Ilvo Diamanti_27 dicembre 2007
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Lamberto Dini, leader dei Liberaldemocratici, ha dichiarato che il suo partito ha levato la fiducia al governo. Che Prodi, quindi, non ha più la maggioranza. Al Senato.
Liberaldemocratici. O forse Liberal Democratici: LD. Una sigla che non ricordiamo di aver visto alle elezioni del 2006. Anche se tante erano le liste, in quell'occasione, che qualcuna, sicuramente, ci è sfuggita. Peraltro, liberaldemocratico è un attributo cultural-politico diffuso. Forse solo gli esponenti della sinistra radicale lo rifiutano. Ma non tutti, probabilmente. Tuttavia, non crediamo che Lamberto Dini parli a nome loro. Dei liberaldemocratici di tutto il Paese. Anche perché dubitiamo che i liberaldemocratici si riconoscano - tutti quanti - nella sua figura. Con tutto rispetto: Ciampi è un'altra cosa. Riteniamo, invece, che si riferisca davvero a un partito. Che, riassunto in sigla, d'altronde, coincide con le sue iniziali. LD come Lamberto Dini.
Già in passato aveva usato lo stesso acronimo. Ma allora si chiamava Lista Dini. O meglio: Rinnovamento Italiano. Presente alle elezioni europee del 1999. Dove ottenne l'1,1%. In cifre: 350mila voti. Immaginiamo che Lamberto Dini, leader di LD, parli a nome loro, quando sostiene che il governo non ha più la maggioranza dei consensi. Non ha più la fiducia del Paese. Ridotta al 25% degli elettori. Per la defezione dell'1,1% degli elettori che egli rappresenta. Forse, però, quando LD parla di un partito, non fa riferimento a "elettori". Ma a singoli senatori. Dini, in primo luogo. Un partito senatoriale, dunque. Da non confondersi con gli altri "nanetti", su cui ironizza, regolarmente, Giovanni Sartori. Perché l'Udeur di Mastella, i socialisti di diversa collocazione, perfino i pensionati si sono presentati alle elezioni. I loro voti - magari pochi - li hanno presi. LD, invece, dopo il 1999 si è embedded in altri contenitori.
L'ultima traccia della sua base elettorale risale a quei 300mila voti o poco più ottenuti alle europee di otto anni fa. Chissà: nel frattempo potrebbero essere cresciuti. Per cui immaginiamo che LD vorrà presentarsi con la propria lista, da solo, alle prossime elezioni. Meglio se con una nuova legge elettorale, in cui la coalizione non sia "premiata" e non divenga, quindi, una soluzione obbligata. In cui ogni lista sia costretta a correre con le proprie gambe. Oggi, però, abbiamo il sospetto che LD indichi un PI(D): Partito individuale (Dini). O, meglio, un PdI. Partito di individui, che si associano per esercitare il loro potere di "ricatto" in Senato. Per il bene del Paese. Ma soprattutto il proprio. Chiamiamolo, allora, più correttamente LdC: Lista della Casta.
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Superata la crisi delle iscrizioni alle facoltà scientifiche
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53% di iscritti in più nelle facoltà italiane di matematica negli
ultimi due anni, segno dell'inversione di rotta che sta coinvolgendo le
altre discipline scientifiche di base, come fisica (+25% di iscritti) e
chimica (+24%). I dati sono stati presentati a Roma dal presidente del
Gruppo di lavoro interministeriale per lo sviluppo della cultura
scientifica, Luigi Berlinguer e dalla Conferenza nazionale dei presidi
delle facoltà di scienze. (Ansa)
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Sedici anni dopo l'omicidio di Libero Grassi a Palermo adesso davvero si respira "un'aria diversa". Così la città muta e complice ha deciso di rialzare la testa. Se non c'è più estorsione non c'è controllo del territorio, non c'è più la mafia
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SONO passati tre anni ma è come se ne fossero passati trenta o
trecento. È stata la prima volta di Palermo. È vero che "sta cambiando
solo l'aria". E' vero che in questi giorni hanno trovato altri
cinquecento nomi di commercianti nel libro mastro del boss Salvatore Lo
Piccolo e neanche uno di loro ha ancora confessato in questura o in
procura che era costretto a pagare. Ma a Palermo "l'aria" conta più che
in ogni altro luogo d'Italia. Prima, i signori del pizzo controllavano
anche quella.
Solo un palermitano - un palermitano e non un siciliano qualunque - può
capire fino in fondo cosa è accaduto ieri, sabato 10 novembre 2007, in
quel bellissimo teatro davanti al mercato della Vucciria. È stato
l'inizio di una rivolta. È Palermo che sta provando a non morire
soffocata dalla sua mafia. Una mafia che si sta velocemente
trasformando, che è padrona quando può essere padrona ma non è più
padrona sempre e ovunque.
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In ricordo di Enzo Biagi. 9-8-1920 6-11-2007
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E' meglio essere cacciati per aver detto qualche
verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.
Enzo Biagi
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I COSTI DELLA POLITICA. Solenni impegni, ma poi saltano i tagli
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Altolà all'emendamento presentato da Massimo Villone. E spente le luci vengono meno gli impegni presi
Fausto Bertinotti andrà al prossimo congresso della Sinistra
Europea, dov'è invitato non nel ruolo di presidente della Camera ma di
comunista, con un volo di linea. Direte: embè? Ve l'immaginate se
Angela Merkel avesse dato alle agenzie la notizia che era andata a
Ischia, come ha fatto, con la Lufthansa? I tedeschi sarebbero saltati
su: ci mancherebbe altro! Eppure ciò che altrove è scontato, da noi è
finito in un dispaccio Apcom. Titolo: «Costi politica / Bertinotti a
Praga senza volo di Stato». Sia chiaro: applausi. Meglio tardi che mai.
Il presidente della Camera, la cui scelta di andare con l'aereo
istituzionale anche in visita ai monaci del monte Athos, in vacanza in
Normandia e perfino a una festa privata a Parigi aveva sollevato un
mucchio di polemiche, ha fatto bene a tagliare con queste abitudini
che, scrisse al Corriere, gli erano state «imposte dai servizi di
sicurezza della Camera ». Resta tuttavia il tema: nei palazzi della
politica si sono affermati negli anni tanti privilegi che perfino la
scelta di prendere un volo di linea, come già capitò a Franco Marini
quando fece visita al figlio a Edimburgo o a Tommaso Padoa- Schioppa,
l'unico a essere andato spesso ai vertici internazionali con aerei low
cost, viene considerata una notizia. Se non addirittura una notizia
eccentrica.
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ERA NECESSARIO??? Questa foto mostra la visita del presidente americano George W. Bush al laboratorio di fisioterapia per i soldati mutilati durante la guerra in Iraq. http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/bush-mutilati/1.html
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Cetto la Qualunque
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Il discorso integrale di Walter Veltroni all'Assemblea Costituente
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“Siamo giunti fin qui, si è aperta una porta di speranza”. Sono parole che vengono dalla rivoluzione democratica inglese, e mi paiono particolarmente adatte a una giornata straordinaria come questa. Siamo giunti fin qui: finalmente i democratici, i riformisti italiani, hanno un partito. Una casa comune, grande e nuova. Il sogno che insieme a Romano Prodi abbiamo coltivato per così tanto tempo è diventato realtà. Con lui abbiamo camminato a lungo. Sono stati anni di lavoro e di impegno, che hanno messo alla prova la nostra fiducia e la nostra tenacia. Ora si è aperta una porta, una porta di speranza: non solo per noi, ma per l’Italia, che da troppo tempo aspetta una politica adeguata ai suoi bisogni e alle sue ambizioni. L’hanno spalancata, quella porta di speranza, i tre milioni e mezzo di italiani che il 14 ottobre hanno cercato il loro seggio elettorale, l’hanno raggiunto, non di rado a chilometri di distanza da casa, hanno fatto la fila per votare ed hanno versato chi un euro, chi di più, per finanziare questa grande impresa di innovazione politica. Continua
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Festeggia la nascita del Partito Democratico
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Il Valore della Cultura per la Crescita del Paese mercoledi 10 ott.
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Ogni tanto si ritira. Di Marco Travaglio
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"Per cambiare dobbiamo
trovare nuovi politici. Per questo, confermo che ho deciso di lasciare la
politica, dopo questa esperienza da primo ministro. Solo i mandarini vogliono
restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni".
(Giuliano Amato, subito dopo le dimissioni del suo primo
governo, Ansa, 22 aprile 1993).
"Sono qui perché questo può
servire a tirare la volata a gente giovane, perché la strada sia la loro. Ci
servono giovani, enormemente. Questa è la mia ultima esperienza politica, non
voglio cominciare altro come se fossi giovane". (Giuliano Amato
alla presentazione della candidatura di Walter Veltroni alla segreteria del
Partito democratico, 11 settembre 2007).
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Dini: «Non entro nel Partito democratico»
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«La componente liberaldemocratica della Margherita non entrerà nel
Partito democratico». Lo ha annunciato Lamberto Dini. L'ex primo
ministro ha ufficializzato la nascita dei Liberaldemocratici, che
resteranno nel centrosinistra continuando ad appoggiare il governo, al
cui operato guarderanno però con attenzione. Oltre a Dini, nei
Liberaldemocratici entrano i senatori Natale D'Amico, Salvatore Scalera
(e forse Willer Bordon, Roberto Manzione e Domenico Fisichella),
entrano inoltre la sottosegretaria alla Giustizia Daniela Melchiorri e
Italo Tanoni. «La lotta tra Ds e Popolari ha schiacciato le altre
identità politiche all'interno del nascente Partito democratico», ha
detto l'ex governatore della Banca d'Italia. «Non cerchiamo posti e i
presenti non saranno iscritti alle cosidette primarie anomale del 14
ottobre. Le chiamo anomale perché non si voterà per il candidato
premier ma per liste predisposte dai partiti». «Walter Veltroni è la persona più adatta a guidare il Partito
democratico», ha aggiunto Dini. «Vogliamo essere sostenitori del Pd e
saremo al suo fianco. Auguriamo al Pd di avere successo. Saremo a
fianco al governo ogni qualvolta sarà in linea con le nostre richieste
che mirano a superare il declino dell'Italia».
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PARTITI, LISTE CIVICHE E LE 2 REALTA'. La dannata e faticosa democrazia tra il reale e il virtuale, di Vittorio Baroni
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Le parole di Beppe Grillo stimolano e ha ragione, ma non del tutto. Per cambiare la politica bisogna entrarci dentro, vivere la situazione, starci in contatto... "mettere le mani in pasta", altrimenti è demagogia o protesta che non attecchisce, che non fertilizza un bel niente di niente. Ma le stesse parole (essere iscritti ai partiti è lo stesso che essere condannato) possono far male e lo dico ripercorrendo 7 anni di impegno nel governo dell'ultimo livello della Pubblica Amministrazione (Municipalità). Se Beppe Grillo va criticato è proprio sull'errore di fare di ogni erba un fascio e di mettere al muro i partiti. Fanno ancor più male se penso alla fatica di 16 anni di impegno in politica, dal Manifesto di Martinazzoli al Partito Popolare, i Popolari e poi ancora Margherita fino a vivere questa fase di transizione nella direzione del Partito Democratico. Far parte di un partito è davvero impegnativo, è un'esperienza politica difficile e complessa. Siamo realisti, come fa a governare una lista civica senza accordi? Come fa a prendere oltre il 50% dei voti? Ma tutto sembra semplificarsi grazie alle nuove tecnologie e alla possibilità di comunicare e informarci via web. Siamo immersi in un mondo digitale virtuale dove il locale, la concreta realtà, non riesce a darti la stessa immediata emozione di libertà che vivi in internet. Beppe Grillo ha unito la realtà degli spettacoli in piazza e del V-Day con quella del web, è stato il primo ad unire le due realtà. Le future civiche dovranno confrontarsi con la realtà che sarà impegnativa, faticosa, con riti e tempi differenti da quelli del web. Giungo allora a questa conclusione: cambiare la politica significa tener conto di due realtà, quella reale e quella virtuale del web. La prima è lenta, ha più massa e volume della seconda, mentre il virtuale è agile, diretto, veloce, repentino. Le caratteritiche del virtuale sono punti di forza ma anche di debolezza. La criticità sta nel rapido invecchiamento dei contenuti che devono essere rimpiazzati con celerità, altrimenti qualcosa d'altro ne prende il posto e in politica i vuoti si riempiono subito. Il nostro attuale sistema politico non si è ancora indirizzato a governare la nuova realtà virtuale, ci sta arrivando, ma sa benissimo come riempire i vuoti. Ho conosciuto diverse esperienze di liste civiche, ma rare sono le testimonianze di persone soddisfatte. A parte le civiche del Trentino o dell'Alto Adige (hanno un fortissimo valore territoriale e, nel tempo, si sono addirittura evolute in partiti) conosco pochi uomini e donne che hanno avuto il coraggio, la forza e il consenso di mantenere la vocazione civica oltre agli interessi e ai conflitti. Anche nei partiti ci sono gli interessi, ma è diverso, la lotta per il cambiamento la fai all'interno, alla luce del sole con i congressi. Certo, spesso non vincono le idee, ma il calcolo, la fredda logica dei numeri. Senza maggioranza assoluta ci sono gli accordi, i compromessi, c'è la ricerca di copertura, di garanzie, di accordi, ma anche l'opportunismo. Questa è la democrazia, direi la dannata democrazia con la quale dobbiamo sempre e comunque fare i conti. Il popolo del V-Day è un fenomeno nuovo da non sottovalutare e sopravvalutare, ma promuovere le civiche senza riflettere sulla fatica della democrazia, significa rischiare di illudere o di aprire pericolosi varchi a qualcosa d'altro. Per questo non percepisco incoerenza tra vivere l'impegno politico dentro ad un partito e un'amministrazione pubblica e, nel contempo, condividere un'esperienza di innovazione politica importante come quella promossa da Grillo e che trova il suo principale punto di riferimento nel digitale. Comuni a 5 stelle è ad esempio un ottimo metodo per indurre al cambiamento. Mi piace perchè la filosofia è quella del principio Qualità, ovvero di qualcuno di esterno che certifica il valore. In questo caso va certificata la bontà dei comuni, cioè quel livello di amministrazione pubblica più vicino alla gente. Lancio una proposta: perchè, sui "5 punti qualità" non facciamo un monitoraggio tra gli oltre 40 comuni del territorio provinciale di Venezia e pubblichiamo i risultati come la goletta verde di Legambiente che assegna la bandiera delle acque? La forza di beppe Grillo sta in questo, ovvero sta nella libertà di pungolare e valutare al di sopra delle parti. Se diventa movimento politico, seppur lista civica, diventa automaticamente parte in quanto tale deve decidere la collocazione. Insomma, deve fare i conti con la democrazia, questa dannata democrazia.
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MANIFESTO PER IL CLIMA Un New Deal per l'adattamento sostenibile e la sicurezza ambientale Conclusioni Conferenza Nazionale Cambiamenti Climatici Roma, 12 e 13 settembre 2007
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I cambiamenti climatici costituiscono un problema nazionale. Le
strategie per contrastarli vanno considerate prioritarie per
l'iniziativa del Governo e per l'integrazione delle azioni di riduzione
delle emissioni di gas serra e delle azioni di adattamento sostenibile
nelle politiche sociali, economiche, finanziarie, agricole e
territoriali. Queste azioni possono e devono rappresentare anche un
importante volano per l'occupazione. La sicurezza, il benessere e la
qualità della vita dei cittadini italiani di oggi e domani dipendono
dalla salute del pianeta e del suo clima. Il Ministero dell'ambiente e
per la Tutela del Territorio del mare entro il 2008 definirà una
strategia nazionale per l'adattamento sostenibile ai cambiamenti
climatici e per la sicurezza del territorio.
1. In base ai risultati della conferenza nazionale, coerentemente
con le strategie delineate in sede nazioni Unite (in particolare la
convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici-UNFCC) e con quelle delineate
in sede di Unione Europea, è necessario sviluppare politiche concrete
di mitigazione dei cambiamenti climatici rispettando gli impegni
assunti e lavorando nelle opportune sedi internazionali per piu'
significative riduzioni dell'emissione di gas climalteranti, avviando
contestualmente iniziative concrete a favore del risparmio,
dell'efficienza energetica e dell'utilizzo di fonti rinnovabili
sostenibili.
Si deve, innanzitutto, attuare il protocollo di Kyoto entro il 2012
e, nell'ambito della prossima rinegoziazione degli obiettivi di
riduzione delle emissioni climalteranti, procedere alle ulteriori
riduzioni delle emissioni di gas serra indicate dall'Unione Europea,
pari ad almeno il 20 per cento entro il 2020 (che auspichiamo diventi
del 30 per cento come previsto dalla UE, nel quadro di un accordo
globale) e al 60 per cento entro il 2050, coerentemente con le
indicazioni dell'Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC).
2. E' necessario coordinare le misure di mitigazione con quelle di
adattamento al cambiamento climatico, integrando da subito queste
ultime nelle politiche settoriali di sviluppo economico, nella
legislazione e nei programmi di finanziamento delle grandi opere,
prevedendo azioni immediate di adattamento che possono già oggi essere
avviate in Italia, a partire dalle politiche riguardanti:
- La protezione degli ecosistemi e della biodiversità (terrestre e marina)
- La gestione del suolo e delle coste;
- La gestione delle risorse idriche;
- La tutela sanitaria della popolazione
- L'agricoltura e lo sviluppo rurale
- L'industria e l'energia;
- Il turismo.
In questo contesto assumono priorità la concreta attuazione di alcuni strumenti normativi, tra i quali:
a) la direttiva Quadro Acque 2000/60 (risorse idriche)
b) la Direttiva Habitat 92/43/CEE e Direttiva Uccelli 79/409/CEE (biodiversità)
c) la della Convenzione Internazionale per la protezione delle Alpi
d) il sistema contabilità nazionale ambientale (legge delega)
e il completamento del percorso di riforme delle norme sulla
valutazione ambientale, soprattutto per quanto riguarda l'integrazione
della Valutazione Ambientale Strategica nei nuovi piani.
3. E' necessaria la definizione immediata di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici ,
che veda impegnato l'intero Governo, le istituzioni locali e
territoriali e le parti sociali, connesso e integrato con l'avvio o la
concreta implementazione dei due piani previsti dalle due grandi
Convenzioni internazionali;
- Il piano nazionale per la biodiversità, con particolare riferimento al ripristino ecologico e alla deframmentazione;
- Il piano nazionale di lotta alla siccità e alla desertificazione;
Inoltre, in un'ottica di piena sostenibilità ambientale, Il piano dovrà comprendere le migliori strategie di intervento per:
- la difesa del suolo;
- la gestione integrata delle coste;
- l'adattamento del turismo in Italia;
- la gestione delle risorse idriche;
- un programma nazionale di partecipazione, informazione, sensibilizzazione dei cittadini sui cambiamenti climatici.
La complessità del tema dei cambiamenti del clima e delle sue
interconnessioni con gli aspetti di sviluppo socio-economico nazionale
e con gli aspetti internazionali (legati alel politiche europee e
all'attuazione delle direttive comunitarie, così come alle politiche
extraeuropee e alle relazioni internazionali), richiede che il Piano
nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici sia coerente con le
strategie di mitigazione e le iniziative di ricerca sui cambiamenti
climatici e la formazione.
L'esigenza di sviluppare strategie e piani di adattamento ai diversi
livelli territoriali richiede la disponibilità per le amministrazioni
di tali ambiti, di dati, informazioni e documentazione, nonché la
predisposizione di rapporti periodici sullo stato di attuazione delle
iniziative. Per conseguire queste finalità è opportuno attribuire, sul
modello tedesco, all'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i
servizi tecnici (APAT) le funzioni di centro di competenza sugli
impatti e sull'adattamento ai cambiamenti climatici.
4. Devono inoltre essere promosse iniziative per assistere i paesi
in via di sviluppo nella programmazione e nella attuazione di piani di
adattamento sostenibile ai cambiamenti climatici anche al fine di
prevenire squilibri sociali. Per favorire la sostenibilità nelle
politiche di adattamento è opportuno proporre l'istituzione di un Fondo
europeo di adattamento che possa supportare le iniziative di assistenza
ai paesi in via di sviluppo, con particolare attenzione a quelli del
bacino mediterraneo.
5. si auspica che gli impegni del governo italiano per integrare le
logiche di adattamento ai cambiamenti climatici all'interno delle
politiche generali e settoriali possano essere conseguiti entro un arco
temporale di tre anni. Per monitorare i progressi, così come per
adeguare le politiche al ritmo incalzante del mutamento climatico, si
auspica la convocazione della Conferenza nazionale sull'adattamento ai
cambiamenti climatici con una cadenza che segua almeno quella di
rapporti dell'Ipcc e che preveda sessioni di aggiornamento.
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Incontro dei Giovani Democratici con Veltroni e Franceschini a Padova. 12-09-2007
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Incontro dei Giovani Democratici con Veltroni e Franceschini a Padova. 12-09-2007
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La disoccupazione del sottosegretario
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Ridimensionare il più grande governo di tutti i tempi,
che con 26 ministri, 10 viceministri, 66 sottosegretari ha battuto il
campione in carica, l’Andreotti VII, 102 a 101? Ripartire dopo le
primarie democratiche (o dopo la Finanziaria, o entro la legislatura, o
dopo la Comunione della nipotina di Prodi, si vedrà)? Magari con un
esecutivo tosto e leggero (tipo Sarkozy) per rasserenare il Paese ormai
preda dell’antipolitica? Trovare un posto a Fassino? Se ne parla da
giorni. Sircana, portavoce di Prodi, ha detto «la questione rimpasto
non esiste».
Rutelli, vicepremier di Prodi, ha dichiarato che «dopo
le primarie dovremo porci il problema» (di Fassino). Di Pietro ha
assicurato che «bastano quindici ministeri, e sono pronto a lasciare il
mio». Cesare Salvi della sinistra non-Pd concorda sui 15, più 50
sottosegretari, però metà donne. Anna Finocchiaro, capogruppo ulivista
al Senato, nota che «non sarebbe male dare un segnale di
semplificazione della rappresentanza». E via così, in operosa
concordia. Ma in effetti:
1) La nascita del Pd pone «problemi di riequilibrio».
Non ci sono più Ds, Margherita e rispettive correnti, e bisognerebbe
rifare i conti. In più, la Sinistra democratica vorrebbe un ministero
importante; magari Lavoro eWelfare, ora spacchettati, da
rimpacchettare. Insomma, anche ragionando con Cencelli più che con
Beppe Grillo, una rimaneggiata andrebbe data. Certo, anche la
maggioranza al Senato ha continui problemi di riequilibrio. Chissà se
vale la pena rischiare.
2) Il risentimento anti-casta politica e pro-Vaffa Day di Grillo dilaga.
Per questo i più attenti parlano di «dare un segnale». Purtroppo il
governo Prodi ha una scarsa vocazione segnaletica. E se non ha
segnalato bene finora (per scarsa coesione? Equilibri fragili? Disastri
economici? Questioni caratteriali? Arroganze pregresse?) pare
improbabile riesca in un super-segnale comemandare a casa, anzi
mandarsi a casa per metà.
3) L’attuale governo condivide col resto del Paese
gravi situazioni di precariato. Specie tra i sottosegretari: molti non
erano stati eletti, alcuni senatori si sono dimessi. Con che cuore gli
si potrà dire «scusate, è per via della semplificazione della
rappresentanza, ve ne dovete andare?». È pur sempre gente che lavora,
magari di mezza età, quindi difficile da ricollocare (non
manifesterebbero davanti a palazzo Chigi coi precari dei call center,
ma venderanno cara la pelle, è sicuro)...
4) E poi c’è Piero Fassino. Ha fatto una vita da
mediano per costruire il Pd, e ora rischia di trovarsi senza incarichi.
Aveva detto «farò il chierico» ma deve essersi reso conto che non è il
tipo. Magari vorrebbe un posto da vicepremier lasciatogli da D’Alema, o
da ministro dell’Economia invece di Padoa-Schioppa. Intanto, smentisce
desideri di rimpasto. Intanto, già qualche maligno dice che potrebbe
essere lui il membro numero 102 o 103 nel governo dei record; che non
si senta precario, almeno lui.
Maria Laura Rodotà
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Luttazzi: Beppe populista, fa flash mobbing
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Hanno fatto parte tutti e due della nazionale censurati:
Beppe Grillo dopo la storiella sui socialisti in Cina (Fantastico 7),
Daniele Luttazzi per l’intervista a Marco Travaglio su Berlusconi
(Satyricon). Hanno danzato a lungo sulla sottile linea rossa che divide
la satira dall’impegno. Adesso — dopo l’8 settembre del vaffa... e la
manifestazione di Bologna — le loro strade si separano. Daniele
Luttazzi attacca Beppe Grillo. Critica nel merito il suo disegno di
legge popolare, «fa acqua da tutte le parti». E lo accusa di fare
«populismo», di «pensare che una legge possa risolvere la pochezza
umana, e questa è demagogia».
Non c’è nemmeno una parola di apprezzamento nelle tre
pagine che Luttazzi ha inviato al sito internet di Micromega. No al
limite di due legislature proposto da Grillo perché «l’esperienza può
essere utile». No al divieto di elezione per chi è condannato in
appello perché «i gradi di giudizio sono tre e il problema è la
lentezza della giustizia ». E no anche al terzo punto della legge
d'iniziativa popolare, il più popolare persino fra i politici: quel
ritorno al voto di preferenza che, secondo Luttazzi, in passato «non ha
impedito ai partiti di far eleggere chi volevano né impedito di
scegliere autentici filibustieri ».
Fin qui il merito. Ma le parole più appuntite devono
ancora arrivare. E colpiscono proprio con quello stile alla David
Letterman che Luttazzi ha portato a casa nostra: «Di Pietro aderisce
alla sua iniziativa e Grillo dice che è uno per bene. Brrrrrr. Quindi
chi non la pensa come Grillo non lo è? Populismo ». E ancora: «Se parli
alla pancia, certo che riempi le piazze,manon è democrazia dal basso: è
flash mobbing». Fino all’accusa di «ambiguità» perché «vuole ergersi a
leader di un movimento politico, continuando a fare satira, un passo
che Dario Fo non ha mai fatto ».
Con un invito finale che sa di sberleffo: «Scegli,
Beppe! Magari nascesse il tuo partito. I tuoi spettacoli diventerebbero
davvero dei comizi e nessuno dovrebbe pagare il biglietto. Oooops».
Sembra esserci qualcosa di personale. Eforse c’è. Quando tempo fa
Luttazzi aprì il suo blog dove parlava anche di politica in molti gli
scrivevano per invitarlo ad «unire gli sforzi con Grillo», e dare
insieme a lui una «lezione alla politica ».
Lui ha sempre declinato, preferendo rimanere in
seconda linea. L’anno scorso a Padova, durante uno spettacolo di
Luttazzi, i fan di Grillo invasero il palazzetto di volantini con la
scritta wanted e le foto dei politici condannati. Luttazzi li fece
togliere. Quello che teme è essere confuso e fuso con il comico
genovese che, forse, in caso di alleanza gli ruberebbe la scena. Anche
ieri Grillo è tornato a difendere la sua manifestazione: «Altro che
antipolitica — ha scritto sul suo blog—quel popolo andrebbe
ringraziato. È la valvola di sfogo di una pentola a pressione che
potrebbe scoppiare. Un momento di tregua per riflettere sul futuro, un
momento di democrazia ».
Poi cita un’altra persona che ha danzato a lungo su
quella linea sottile che divide satira e impegno: «La libertà è
partecipazione», Giorgio Gaber. Meglio la piazza che stare sopra un
albero.
Lorenzo Salvia
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I ragazzi anti-camorra di Seiano a Veltroni "Nelle liste del Pd fare i nomi dei clan "
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SEIANO (NAPOLI) - O' sistema, come lo chiama Roberto
Saviano, non è un'entità astratta, ma è fatto di facce, e soprattutto
di nomi e cognomi. I ragazzi e le ragazze riuniti a Seiano, frazione di
Vico Equense, nel Napoletano, credono che 'o sistema vada
scardinato, se vogliono avere un futuro. E credono in Walter Veltroni,
sostengono la sua candidatura alla leadership del Pd. Però dal sindaco
di Roma pretendono un impegno preciso, contro la camorra. Non un
impegno generico, di quelli che si sfuggono alla controprova dei fatti
proprio per la loro genericità. No, dicono i giovani di Seiano, bisogna
fare i nomi e i cognomi, bisogna mostrare la carta d'identità dei boss,
e bisogna farlo alla luce del sole.
Tutte le liste che si presentano alle primarie in appoggio a Veltroni,
spiegano i ragazzi della Sinistra giovanile e delle associazioni
anti-camorra radunati al campeggio di Seiano, devono indicare, in
Campania e nelle regioni dove è più forte il radicamento delle
organizzazioni criminali, "uno slogan che ne sintetizzi il programma".
Ma soprattutto "devono fare una dichiarazione diretta di contrasto ai
clan, città per città, chiamandoli per nome". Ad esempio, nel collegio
di Stabia, "devono indicare di essere contro i D'Alessandro, i
Cesarano, gli Imparato, gli Omobono-Scarpa".
La Sinistra Giovanile e i movimenti anti-camorra si sono incontrati a
Seiano dal 28 al 31 agosto, scegliendo un luogo simbolo della lotta
alla criminalità, lo stesso campeggio in cui un'associazione dal nome
veltroniano, l'I Care
di Castellamare di Stabia, chiamò a raccolta centinaia di ragazzi da
tutto il Paese nel 1992, l'anno di Tangentopoli, ma soprattutto della
mafia che sfida lo Stato, fa saltare in aria Falcone e Borsellino.
L'anno in cui tutto sembra perduto, con Antonino Caponnetto che a
Palermo allarga le braccia in segno di resa, ma in cui quella stessa
Palermo mostra i panni bianchi perché non ne più di tutto quel sangue.
A quindici anni di distanza il sistema è ancora fortissimo, è un prisma
a più facce fatto di "quartieri, imprese, pezzi di classe dirigente
così presenti che finiscono con l'essere tollerati se non accettati".
Il problema è che tra legalità e illegalità ci sono sempre cento passi
di troppo, e che quasi nessuno ha il coraggio di compierli, per quieto
vivere, o perché chi li compie rischia di finire ammazzato. Ecco perchè
i giovani chiedono a Veltroni che le sue liste facciano i nomi. Perché
i poteri criminali si contrastano così, con la dignità di rifiutare
"quei voti", soprattutto là, dove "quei voti" sono tanti.
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Sorpresa! Sarkozy chiama Bassanini.
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Macchè... chiama
prima il comunista Franco Bassanini, e poi Mario Monti. Che figuraccia,
Cavaliere!!! ed ora, dove si ficcherà le tre
I?
(ANSA) - PARIGI, 24 AGO - Ci
saranno due italiani nella commissione del governo francese, presieduta da
Attali: dopo Bassanini, anche Monti ha dato il suo ok. La commissione, che avra'
il compito di studiare delle soluzioni "pragmatiche" per "liberare" la crescita
economica, sara' insediata il 30 agosto dal presidente francese Nicolas Sarkozy.
Attali ha chiamato a far parte della commissione sette "esperti" stranieri, tra
cui l'ex commissario europeo e l'ex ministro
italiano.
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L'Invenzione di un partito. Di Ernesto Galli Della Loggia
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Dispiace per tanti illustri politologi e osservatori che
qualche tempo fa avevano sentenziato il contrario e ancora ieri lo
ribadivano, ma la verità rivelata per l'ennesima volta dall'ultima
mossa di Berlusconi è sotto gli occhi di tutti: Forza Italia era un
partito di plastica, e di plastica è rimasto, nel senso che non ci sono
iscritti, quadri, parlamentari, consiglieri comunali o regionali, non
ci sono organi, non c'è discussione, non c'è nulla che conti qualcosa.
C'è solo il capo, e il capo è lui per una sola ragione: perché ha le
televisioni e un mucchio di soldi, e quindi paga tutto e ogni cosa,
incluse naturalmente le campagne elettorali. Chi non crede che sia così
provi a dire dove altro sarebbe possibile che il presidente di un
partito ne fondi più o meno di nascosto un altro senza dire niente a
nessuno e scegliendo, per gestirlo, una persona di sua esclusiva
fiducia più o meno come un sultano sceglie la favorita. Certo, nessuno
dei cosiddetti dirigenti di Forza Italia è autorizzato a protestare:
chiamati a suo tempo a far parte dell'harem dovrebbero conoscere come
funziona il meccanismo. Ma per l'appunto un harem non è un partito.
Eppure, dicono molti, la mossa di dare vita al «Partito della Libertà»
e di affidarlo all'immagine ammiccante di Michela Vittoria Brambilla
potrebbe rivelarsi elettoralmente azzeccata. Addirittura Lucia
Annunziata, sulla Stampa, ha attribuito quella mossa a una specie di
estro futurista, a «una vitalissima reazione alla Sconfitta, al Tempo,
e dunque alla Morte», che avrebbero fatto capire al Cavaliere che
sarebbe giunto il momento di distruggere la sua stessa creatura e di
farne nascere una nuova. Osservo sommessamente che nell' Italia del
2007 non c'è davvero bisogno di essere Marinetti o di possedere un
fiuto particolare per capire che la gente non ne può più di un certo
tipo di politica e di politici.
Il che però non fa che riproporre la questione del partito di plastica,
dal momento che non si vede proprio come anche il nuovo «Partito della
Libertà » potrebbe non esserlo. Non è vero, infatti, che l'unica
distinzione sensata è quella tra partiti che prendono i voti e quelli
che non li prendono. Un partito di plastica può anche incontrare per
mille ragioni il favore dell'elettorato e prendere un sacco di voti (si
pensi a quanti ne prese a suo tempo l'«Uomo Qualunque») ma è a questo
punto che scatta la distinzione davvero capitale, che è quella tra
partiti che con i voti presi riescono a farci qualcosa e quelli che
invece riescono a farci poco o nulla. E' permesso ricordare qual è
stata la prova politico-programmatica che Forza Italia insieme alla
Casa delle Libertà è riuscita a dare nella passata legislatura
nonostante disponesse di una maggioranza parlamentare enorme? E'
permesso ricordare qual è stata in quei cinque anni la qualità, o
meglio l'inconsistenza, sia della maggior parte dei suoi ministri sia
della leadership del suo capo? Quando si parla di plastica è di questo
che si parla. La verità è che la mossa di Berlusconi è un tentativo di
uscire dall'impasse in cui il centrodestra si trova dalla sconfitta
dell' anno scorso, ma evitando di affrontare qualunque nodo politico (a
cominciare dal nodo delle ragioni della sconfitta per finire con quello
del rapporto con gli altri partner dello schieramento) e puntando
invece tutto su una soluzione organizzativa: inventandosi un nuovo
partito. E' fin troppo ovvio però che è una soluzione destinata a non
risolvere niente: in un modo o nell'altro, possiamo esserne sicuri,
Niccolò Machiavelli si farà beffe anche di Michela Vittoria Brambilla.
23 agosto 2007
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Quelli che ben pensano_Frankie Hi NRG_La Morte dei Miracoli (1997)
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Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far
promesse senza mantenerle mai se non per calcolo, il fine è solo
l'utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima,
l'imperativo è vincere - e non far partecipare nessun altro - nella
logica del gioco la sola regola è esser scaltro : niente scrupoli o
rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se
i primi sono irraggiungibili. Sono tanti, arroganti coi più deboli,
zerbini coi potenti, sono replicanti, sono tutti identici, guardali :
stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere. Come lucertole
s'arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano. Fanno quel che
vogliono si sappia in giro fanno: spendono, spandono e sono quel che
hanno...
Sono intorno a me ma non parlano con me... Sono come me ma si sentono meglio...
.. e come le supposte abitano in blisters
full-optional, con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse
Disneyland, vivon col timore di poter sembrare poveri : quel che hanno
ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante
escalation col vicino costruiscono : parton dal pratino e vanno fino in
cielo, han più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo.. Sono quelli
che di sabato lavano automobili che alla sera sfrecciano tra l'asfalto
e i pargoli, medi come i ceti cui appartengono, terra-terra come i
missili cui assomigliano. Tiratissimi, s'infarinano, s'alcolizzano e
poi s'impastano su un albero - boom! - Nasi bianchi come Fruit of the
Loom che diventano più rossi d'un livello di Doom..
Ognun per se, Dio per se, mani che si
stringono tra i banchi delle chiese alla domenica - mani ipocrite -
mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà
cosa pensano - si scandalizzano - Mani che poi firman petizioni per lo
sgombero, mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon
manganelli, che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei
fratelli. Quelli che la notte non si può girare più, quelli che vanno a
mignotte mentre i figli guardan la tv, che fanno i boss, che compran
Class, che son sofisticati da chiamare i NAS, incubi di plastica che
vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara ma l'unica che accendono è quella
che da loro l'elemosina ogni sera, quando mi nascondo sulla faccia
oscura della loro luna nera..
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iMille nel Nordest. Di Lucio Scarpa
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Bella giornata per iMille del Nordest. Qualcuno ha preferito la spiaggia al caldo torrido padovano, ma si è capito che in zona il primo mese di attività inizia già a dare frutti interessanti.
Vedersi di persona ha dato il calore che mancava a una collaborazione nata principalmente su internet. Dopo innumerevoli contatti e discussioni fra noi, avvenuto per mezzo di blog, mail, skype... vedersi in faccia e parlare di persona ci ha dato la possibilità di rinforzare un legame che era già solido.
Dopo una mezzora di introduzione in cui si sono approfonditi idee e obiettivi de iMille, si è iniziato a parlare in concreto di come sviluppare e radicare l'organizzazione territoriale nel Nordest. Primo obiettivo sarà strutturarci per province e far conoscere la nostra presenza anche, e soprattutto, a livello locale. Oggi era fondamentale vederci e conoscerci di persona, ma per il futuro si lavorerà più intensamente a livello cittadino.
All'incontro hanno partecipato anche rappresentanti dell'APD e della Sinistra Giovanile di Padova, dei Giovani Democratici di Venezia e della Sinistra Giovanile di Treviso. Con loro si è parlato della possibilità di collaborare in vista della presentazione delle liste, ma soprattutto delle idee che abbiamo in comune e di come vogliamo portarle avanti all'interno del PD, dopo il 14 ottobre.
iMille hanno un principio; rimanere aperti. Vogliamo un PD laico, moderno, democratico e di sinistra e siamo apertissimi a dialogare con chiunque condivida questa nostra visione. Su queste basi e quelle più dettagliate dei nostri programmi siamo apertissimi a collaborare con realtà già esistenti.
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Postiamo il video dei candidati leader al Partito Democratico, nella speranza che anche gli altri competitori sfruttino maggiormente le potenzialità del web!
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MESTRE, 2 AGOSTO 2007
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Quello che segue è il testo integrale di un volantino diramato oggi in piazza a Spinea.
FILT CGIL ADL COBAS VENEZIA
La PAM, il grande colosso dei Supermercati, lascia senza lavoro da un giorno all’altro 42 lavoratori della COOP. New Long che operano nel deposito di Spinea. La merce viene semplicemente spostata da Milano a Bologna e praticamente siamo alla chiusura del deposito, risultato?
La città di Spinea perde 42 posti di lavoro e 42 famiglie sprofondano nel dramma della disoccupazione.
Questi lavoratori, la maggior parte extracomunitari, rischiano perdendo il lavoro, anche di vedere compromessa la loro presenza in Italia.
Questi lavoratori che rispettano le leggi Italiane, pagano le tasse del nostro Paese, mandano i figli nelle nostre scuola, spendono i loro soldi nei negozi di Spinea, pagano affitti delle loro case e quando possono accendono onerosi mutui per comprarle, perché hanno la speranza di vivere stabilmente nel nostro paese chiedono una cosa sola: lavorare regolarmente, vale a dire con un contratto nazionale di lavoro e la previdenza prevista dalla legislazione vigente.
Insomma cose minime elementari che dovrebbero essere scontate in un paese civile.
E l’Italia e la città di Spinea sono posti civili, ma non sembrano esserlo la PAM e la società di gestione FILOG, che non intervengono da anni, anche se nel deposito di Spinea la varie cooperative che si sono succedute (ben 6 in otto anni) hanno sempre trattato i lavoratori in modo irregolare.
Lavoratori che sono stati sfruttati e le cooperative, per cui lavoravano, mal pagate da FILOG e PAM, sono state costrette a scappare via.
Perché questo è il cuore di questa triste vicenda: PAM e FILOG pagano male le cooperative e di conseguenza le cooperative pagano male i lavoratori.
CITTADINI è giusto che sappiate che dietro ai bei prodotti del Gruppo PAM, che comprende anche altri supermercati, si nasconde anche lo sfruttamento dei lavoratori, che quando “osano” chiedere i loro diritti vengono licenziati.
CITTADINI vi invitiamo a solidarizzare completamente con questi lavoratori, aiutandoli nella loro giusta vertenza per il diritto ad un posto di lavoro onesto.
VI INVITIAMO DUNQUE A NON COMPRARE PER QUESTO PERIODO NEI NEGOZI DEL GRUPPO PAM. I prodotti hanno un costo sul mercato che si giustifica se dietro c’è qualità. Se invece c’è sfruttamento questo costo non ha senso anzi assomiglia ad un imbroglio.
TUTTI DEVONO SAPERE CHE PUR CONVOCATI DAL PREFETTO PER RISOLVERE LA VERTENZA, PAM E FILOG NON SI SONO NEPPURE PRESENTATE! VERGOGNA!
CITTADINI, fate sentire al gruppo PAM che non siete d’accordo che altri cittadini lavoratori vengano sfruttati e poi licenziati. Informeremo l’opinione pubblica sullo sviluppo della vertenza dei 42 lavoratori del deposito PAM di Spinea.
SIAMO CONVINTI CHE LA CITTADINANZA DI SPINEA E LE ISTITUZIONI LOCALI NON PERMETTERANNO CHE NEL LORO TERRITORIO SI COMPIA UNA PALESE INGIUSTIZIA NEI CONFRONTI DELLA PARTE PIU’ DEBOLE DEL MONDO DEL LAVORO.
Segreterie FILT CGIL e ADL COBAS VENEZIA
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Sappiate. Pubblicate. Diffondete.
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Salva due bimbi e annega. Dai genitori neppure un grazie
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JESOLO - È annegato, risucchiato dalla corrente alla foce del
Piave. Portato chissà dove dall'acqua del fiume che in quel punto, a
Cortellazzo (Jesolo), incontra il mare. Ieri mattina attorno alle 12, è
scomparso in un attimo Dragan Cigan di 31 anni, cittadino bosniaco,
manovale a San Martino di Lupari - in provincia di Padova -, che poco
prima si era tuffato in mare assieme ad un altro extracomunitario
marocchino H. R. di 35 anni, per soccorrere due fratellini di sette e
dieci anni , arrivati al mare con mamma e papà da Roncade (Treviso),
che stavano per annegare. Alla fine i bimbi se la sono cavata, mentre
Dragan non ce l'ha fatta. Ha lottato con tutte le sue forze ma un'onda
se l'è portato via e non è più riuscito a guadagnare terra.
Il marocchino che con lui si era tuffato è riuscito a raggiungere la
riva, tirato su a braccia dagli altri bagnanti che nel frattempo si
erano mobilitati per dare una mano. A quanto pare però, non i genitori
dei bimbi che non appena hanno riabbracciato i figli, se ne sono andati
suscitando l'indignazione degli altri bagnanti. Hanno lasciato la
spiaggia senza aspettare l'esito delle ricerche dell'uomo che ha
salvato i loro figli. Senza curarsi della disperazione della sorella e
degli altri familiari di Dragan, che in Bosnia aveva una moglie e due
figli di 4 e 9 anni. Una coppia di Vittorio Veneto è fuori di sé per
quanto ha visto: "Ci siamo vergognati di essere italiani quando abbiamo
visto i genitori dei bimbi di Roncade salvati andarsene senza neppure
avvicinarsi a confortare i familiari dell'uomo annegato e senza
ringraziare quel marocchino". E aggiungono: "Non credevamo ai nostri
occhi. Un comportamento inqualificabile".
E pensare che Dragan e H. R. non appena hanno visto i bimbi in
difficoltà, senza conoscersi, senza parlare la stessa lingua, non hanno
perso un momento. E' bastato uno sguardo d'intesa e si sono buttati in
acqua. In quel momento la spiaggia era affollata di bagnanti, ma solo
loro si sono tuffati nel disperato tentativo di trarre in salvo i
bimbi. La corrente in quel punto è fortissima, i due giovani hanno
speso tutte le energie per cercare di salvarli. La riva era lì a due
passi, ma sembrava irraggiungibile. Intanto a terra montava l'angoscia.
All'apprensione per i due fratellini si aggiungeva l'ansia per Dragan
che non ce la faceva più a lottare contro la corrente. Zurica la
sorella del manovale bosniaco iniziava a urlare disperata. Con lei
c'erano il marito e il figlio. Sono stati minuti drammatici con la
famiglia di Roncade che nel frattempo si allontanava. Poco dopo è stata
rintracciata dalla polizia di Jesolo che l'ha accompagnata in
commissariato per ricostruire la vicenda.
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Chi sono gli italiani che gli hanno chiesto di rimanere in senato?
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Nel Miranese (Provincia di Venezia) si presenta il gruppo dei GIOVANI DEMOCRATICI
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Inviato da:
staffGD
lunedì 9 luglio 2007
Ora tutti ne parlano, le interviste si sprecano e la propensione al dibattito fine a se stesso rischia una volta ancora di confondere, annoiare, ridurre tutto a una verbosa contrapposizione. Come se non ci fosse nulla da fare.
Eppure non crediamo sia così. Il ritardo accumulato è tanto ma è forse ancora possibile proporre ai cittadini una vera riforma della politica.
E' un compito che spetta al centro sinistra se non vuole, presto o tardi, essere travolto (la destra può vivere anche nell'anti politica). Occorre, però, avere una chiara percezione del pericolo e non ridurlo - illudendosi - ad un deficit di messaggio, a una carenza di comunicazione. No. Il baratro è nei fatti, nelle attese deluse, nei comportamenti senza differenza di qualità. E solo i fatti possono ridare fiducia e ricomporre il consenso. Fatti che debbono realizzarsi subito e tali da dare il segno del cambiamento. Ne elenchiamo alcuni, un'agenda possibile per una vera riforma.
Primo: cambio radicale dell'équipe di governo, subito dopo le elezioni amministrative, con accorpamento e riduzione netta dei ministeri, taglio della compagine dell'esecutivo (oggi 104 tra ministri e sottosegretari) con un massimo globale di 60.
Secondo: abrogazione delle leggi sullo spoyls sistem nella Pubblica Amministrazione.
Terzo: introduzione dell'obbligo del concorso con regole ferree e con classifica rigida (senza possibilità di scegliere fra rose di cosiddetti idonei) per tutte le nomine di pubblico interesse, dai primari degli ospedali ai direttori dei parchi ambientalistici, dai consiglieri di società partecipate a quelli degli organismi previdenziali.
Quarto: riduzione di un terzo del numero dei consiglieri regionali, provinciali e comunali.
Quinto: Rai liberata dalla presenza dei partiti. Nomina di un nuovo consiglio di amministrazione con personalità della comunicazione e della cultura di comprovata indipendenza di giudizio.
Sesto: abolizione del cosiddetto "panino" nei telegiornali Rai, con il falso pluralismo di dichiarazioni politiche suddivise secondo il modello artificiale tra tutti i partiti.
Settimo: eliminazione dei finanziamenti assegnati ai consiglieri per spese a loro libito, decise da alcune leggi regionali. Creazione di un elenco delle società ed enti inutili costituiti dalle Regioni e varo di un piano di tagli in proposito.
Ottavo: riduzione drastica dei privilegi dei parlamentari e dei consiglieri regionali (dalle pensioni prima dei 65 anni e dopo mezza legislatura agli infiniti benefit).
Nono: introduzione delle primarie istituzionalizzate e regolate per le cariche elettive nel Parlamento, nelle Regioni e nei Comuni.
Decimo: istituzione di norme di accesso, di libera contesa e di elezione che rendano il Partito Democratico un organismo aperto alla società, contendibile, scalabile da forze giovani, palestra di idee e valori non trampolino per carriere sicure, il partito della riforma della politica.
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Altan
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Martin Luther King
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La vigliaccheria chiede: è sicuro?
L'opportunità chiede: è conveniente?
La vana gloria chiede: è popolare?
Ma la coscienza chiede: è giusto?
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Posta prioritaria: Marco Travaglio al Partito Democratico
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Quanti ci seguono?
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L'invenzione più bella di internet!
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Apri anche tu un BLOG su Giovani Democratici! E' sufficiente che ci scrivi una mail qui sotto e che ti registri al sito!
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Un video sulla questione dei rifuti
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Inviato da:
staffGD
lunedì 9 luglio 2007
Ora tutti ne parlano, le interviste si sprecano e la propensione al dibattito fine a se stesso rischia una volta ancora di confondere, annoiare, ridurre tutto a una verbosa contrapposizione. Come se non ci fosse nulla da fare.
Eppure non crediamo sia così. Il ritardo accumulato è tanto ma è forse ancora possibile proporre ai cittadini una vera riforma della politica.
E' un compito che spetta al centro sinistra se non vuole, presto o tardi, essere travolto (la destra può vivere anche nell'anti politica). Occorre, però, avere una chiara percezione del pericolo e non ridurlo - illudendosi - ad un deficit di messaggio, a una carenza di comunicazione. No. Il baratro è nei fatti, nelle attese deluse, nei comportamenti senza differenza di qualità. E solo i fatti possono ridare fiducia e ricomporre il consenso. Fatti che debbono realizzarsi subito e tali da dare il segno del cambiamento. Ne elenchiamo alcuni, un'agenda possibile per una vera riforma.
Primo: cambio radicale dell'équipe di governo, subito dopo le elezioni amministrative, con accorpamento e riduzione netta dei ministeri, taglio della compagine dell'esecutivo (oggi 104 tra ministri e sottosegretari) con un massimo globale di 60.
Secondo: abrogazione delle leggi sullo spoyls sistem nella Pubblica Amministrazione.
Terzo: introduzione dell'obbligo del concorso con regole ferree e con classifica rigida (senza possibilità di scegliere fra rose di cosiddetti idonei) per tutte le nomine di pubblico interesse, dai primari degli ospedali ai direttori dei parchi ambientalistici, dai consiglieri di società partecipate a quelli degli organismi previdenziali.
Quarto: riduzione di un terzo del numero dei consiglieri regionali, provinciali e comunali.
Quinto: Rai liberata dalla presenza dei partiti. Nomina di un nuovo consiglio di amministrazione con personalità della comunicazione e della cultura di comprovata indipendenza di giudizio.
Sesto: abolizione del cosiddetto "panino" nei telegiornali Rai, con il falso pluralismo di dichiarazioni politiche suddivise secondo il modello artificiale tra tutti i partiti.
Settimo: eliminazione dei finanziamenti assegnati ai consiglieri per spese a loro libito, decise da alcune leggi regionali. Creazione di un elenco delle società ed enti inutili costituiti dalle Regioni e varo di un piano di tagli in proposito.
Ottavo: riduzione drastica dei privilegi dei parlamentari e dei consiglieri regionali (dalle pensioni prima dei 65 anni e dopo mezza legislatura agli infiniti benefit).
Nono: introduzione delle primarie istituzionalizzate e regolate per le cariche elettive nel Parlamento, nelle Regioni e nei Comuni.
Decimo: istituzione di norme di accesso, di libera contesa e di elezione che rendano il Partito Democratico un organismo aperto alla società, contendibile, scalabile da forze giovani, palestra di idee e valori non trampolino per carriere sicure, il partito della riforma della politica.
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